lunedì 13 marzo 2017

Dis-Amore


Era una domenica pomeriggio sul lago, di quei giorni che non è più inverno e non è ancora primavera. Il sole che era stato fedele compagno lungo il tragitto ora si nascondeva in una ragnatela di nuvole. Io e il Falco camminavamo in silenzio lungo la sponda soffice dove l’acqua del lago era appena increspata dal vento, un gruppo di anatre sfilò davanti a noi lasciando una scia che andava allungandosi per un po’, per dissolversi dopo poco. Mi ricordai del mio professore di fisica quando spiegava questo fenomeno, ma era una vita fa, quella stessa vita dove il mio amico avevano iniziato a chiamarlo il Falco, per via dello stesso disegnato sul giubbotto di pelle nera. E quel soprannome gli era rimasto appiccicato, nel tempo.
Camminammo per un po’, lasciando che i pensieri si esprimessero in parole, raccontando di noi, del lavoro, degli hobby, per poi scendere nel personale. Il cuore, le relazioni. Come se questi argomenti avessero bisogno di ricreare confidenza per essere sviscerati, anche se con Falco ci sentivamo spesso al telefono.
Ci fermammo in uno di quei bar con la vista sul lago, che quando è piena stagione non trovi mai posto, anche se ci sono solo gli ombrelloni e i tavolini di plastica con la scritta di qualche bibita che ne fa la pubblicità. La ghiaia scricchiolava sotto i piedi, ci sedemmo restando ad assaporare il tepore che saliva dalla terra, poco più in là una coppia di motociclisti studiava una cartina stradale. Mi piace quando la gente sa ancora usare le cartine e non si affida solo al navigatore, ma io sono una nostalgica, io ho fatto la Parigi Dakar, ma è un’altra storia.
Si avvicinò il gestore, stava in maniche di camicia, aveva appena finito di mettere a dimora una pianta di rose, con la moglie, ci aveva salutati all’arrivo con un cenno della testa, poi si era lavato le mani alla fontana e ora aspettava le nostre ordinazioni.
Mi guardai intorno: le aiuole curate, un vecchio calcio balilla sotto un pergolato che evocava il rumore della pallina, tra i ricordi, un cartellone sbiadito con i gelati di una nota marca, a ricordare che siamo stati giovani, da qualche parte. Sul tavolino accanto un posacenere con dei mozziconi di sigaretta, su uno c’era il segno del rossetto,  raccontavano di chi era passato di lì, il nostro lento, distratto esserci.
Arrivarono le nostre ordinazioni sorseggiai il bicchiere di acqua tonica, mentre il Falco girando il cucchiaino nella tazzina del caffè concluse il discorso iniziato prima, sul lago.
-Così ha vinto lei.-
Per dire che lei, l’altra, la moglie, era rimasta con lui, l’uomo che amavo.
Ecco sarà per deformazione da scrittrice, ma “vinto” non è proprio il verbo che avrei usato.
“Vinto” mi sembra così dannatamente legato a una competizione, chessò una corsa di cavalli, una gara sportiva, la Parigi-Dakar, no, non si vince, si deve arrivare a Dakar. O meglio si doveva, ora non si corre più in Africa.
Mi si parò davanti l’immagine della Vlora, la nave simbolo che portò quell’esodo di uomini dalla ex  Jugoslavia, quando nel porto di Bari alzavano l’indice e il medio a formare una “v”, in segno di vittoria. E lasciavano chi guardava sgomento: cosa avevano vinto?

Ecco, Falco, se devo tenere il verbo della tua domanda, e so che non si risponde a una domanda con un’altra domanda, ma dimmi, di cuore, cosa ha vinto?