domenica 31 luglio 2011

Alla taverna del Maltese, storie, patorie



Serenella
coi soldi cravatte, vestiti, dei fiori
e una vespa per correre insieme al mare.
Al mare di questa città
alle onde, agli spruzzi
che escono fuori dalle nostre fontane.
E se c'è un pò di vento,
ti bagnerai,
mentre aspetti me
al nostro caffè. A. Minghi

“Rivedersi dopo oltre vent’anni con amici che non hai più cercato.
Di giorno basterebbero pochi minuti per un saluto di circostanza, ma di notte è un’altra cosa.
Di notte Bari può catturare e trasformarsi in un irreale cinema della memoria” G.Carofiglio




Il campanello squillò, una, due volte.
Viola guardò l’orologio sulla parete, le 23,30.
Uscì sul terrazzino, l’aria era ancora umida di pioggia, mista all’aroma dei gelsomini che si arrampicavano al muro antico, pieno di crepe, dove avevano dimora le piante di capperi.
-Antonio, che ci fai qui a quest’ora?-
-Scendi, c’è uno scoop che ti prendi la prima pagina.-
-Ma, piove, è tardi- protestò lei.
-Muoviti, vuoi fare la giornalista? Ecco impara che le notizie non ti arrivano alle nove del mattino sulla scrivania-
Viola rientrò, prese una felpa che si buttò sulle spalle e scese.
-Dai sali- Antonio le allungò il casco.
-Ma dove dobbiamo andare?-
-Monopoli, Massimo ha avuto una soffiata, stasera arriva un carico da mille e una notte-
-E tu con quello in testa te ne devi venire?- lo apostrofò Viola alludendo al cappello Panama che Antonio indossava.
La città era stranamente vuota per colpa del temporale, la strada scivolava via veloce e l’asfalto liquido assorbiva le luci dei lampioni.
Alla Vela giocavano a carte.
Il grande teatro se ne stava nero e triste, come un eroe vinto.
Il Dona Flor chiuso. Da tanto tempo. Restava l’aroma di un Alexander sulle labbra. Cacao al posto di noce moscata. Così li preparava Antonio. Perché a lei piaceva non troppo speziato.
Sul lungomare Viola osservava il profilo della città distesa alle sue spalle, in quel bagliore argenteo, tra la cattedrale e il faro.
Un cartellone pubblicizzava il programma estivo all’Arena dei Riciclotteri.
Il mare era inchiostro nero, stranamente tranquillo, al di là dei frangiflutti.
-Perché Massimo non ci ha aspettati?- domandò lei, alzando la visiera del casco.
-Perché Mal herba sta con quelli, fa l’infiltrato- rispose Antonio allungandole la Polaroid
-Tieni questa- aggiunse.
Viola chiuse un attimo gli occhi, nell’incoscienza dei loro vent’anni, di chi pensa che la vita sia un gioco, una partita a monopoli, un poker e che in qualche modo fossero capaci di giocare anche la morte.
Gli anni delle telefonate dalle cabine pubbliche, quando non c’erano cellulari e macchinette digitali.
In una polverosa biblioteca scovarono quei bizzarri soprannomi, mesi prima, quando lei e Massimo iniziarono a collaborare con un giornale locale.
Massimo era Mal herba, Antonio Mal Tempo e Viola Scarciofola.
E le sere d’inverno ai tavoli del Maltese si raccontavano storie, patorie, leggende.
Come bugie di pescatori e sogni sul pentagramma, lenzuoli in sanscrito.
La strada correva via veloce.
La torre se ne stava silenziosa al limitare della baia, arrivarono a piedi attraverso un campo di erbacce alte, in equilibrio precario tra la notte e le cicale.
-Vedi?- bisbigliò Antonio indicando un punto impreciso nel buio.
-Cosa?-
-Ecco-
Una luce sulla spiaggia rispondeva a un codice, una luce flebile sul mare.
Poi avvenne tutto velocemente, un motoscafo, le casse scaricate e tante persone, mezzi blindati, come sul set di un film.
Improvvise, venute dal nulla sirene spiegate, forze dell’ordine, qualche sparo.
-Scatta, scatta- diceva concitato Antonio.
-Andiamo, via, corri-
-E Mal herba?-
-Corri, sa badare a se stesso-
La corsa nella notte con il cuore in gola, le stoppie che ferivano le gambe nude.
Cadere e rialzarsi.
Poi la corsa a ritroso.
Rientrati in città fermi da Cesare. I ragazzi compravano i cornetti. Le due del mattino.
-E Massimo?- chiese ancora Viola.
-Abbi fede- rispose Antonio.
Seduti sui gradini della chiesa a scrivere l’articolo, tra briciole e zucchero sulle guance.
Le tre.
Il rumore di una motocicletta.
-Mal herba- dissero in coro.
Massimo si tolse il casco era fradicio, si era buttato in mare nel caos generale.
Si abbracciarono.
-Ragazzi ma una sigaretta ora me la fumerei-
Scoppiarono a ridere, mentre portavano al giornale il loro scoop.
Poi un passaggio ponte con un traghetto per la Grecia e urlare in faccia al mare che avevano vent’anni, e l’azzardo alla vita l’avevano fatto, corteggiando la morte.
Vent’anni dopo, un cartellone pubblicitario annunciava il programma estivo all’Arena dei Riciclotteri, alla Vela si giocava ancora a carte, e al Maltese ci si raccontavano storie, patorie e leggende.
Viola entrò nel locale rinato vicino al grande teatro.
-Posso avere un Alexander con il cacao?- domandò a un cameriere.
-Devo chiedere- l’uomo si allontanò e lo vide parlare con un altro uomo vicino al bancone, che alzò lo sguardo su di lei, scosse la testa e sorrise.
Viola si avvicinò.
-Mi hanno fatto una soffiata- disse abbracciando Antonio.
-E, immagino quale giornalista sarà stato- rispose lui.
Massimo si avvicinò: -Avete da accendere?-
Poi la notte se li portò via, seduti sui gradini di una chiesa, tra briciole e zucchero, la loro storia personale da raccontare di quella notte. Seduti alla Taverna del Maltese.
Mai stanchi di ricordare.
-Sapete dove vorrei andare?- disse Massimo.
-Alla Torre?- disse Antonio.
Pochi minuti dopo erano sulla strada, l’aria entrava dai finestrini, un vento caldo che accarezzava la pelle di Viola.
Restarono per un po’ seduti sulla spiaggia a guardare le onde.
L’alba era ancora lontana.
-Facciamo il bagno- disse Viola.
Il tempo era un’equazione fatta tra la vita passata e quella futura. In equilibrio perfetto quell’attimo di presente. Vent’anni dopo.

venerdì 29 luglio 2011

La vie en rose


Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Édith Piaf


A Piera, per una promessa fatta...





Certi mattini ti svegliano con la fretta e la nostalgia che deprime il cuore.

Gracìa passò la mano sullo specchio, per togliere via l’opaco di umidità creato dall’acqua della doccia.

Il suo riflesso non le sorrise, di una ruga stretta sulla fronte, quasi la rabbia, svegliarsi triste.

Appoggiò l’accappatoio sulla parte libera del letto, come a consolare un’assenza di lenzuola disordinate e vuote, a tradire che da sola aveva dormito la metà del letto.

Prese le prime cose che si affacciarono dall’anta dell’armadio, evitando lo specchio.

Tornò indietro e afferrò la cintura, sorridendo tra sé a una sua vecchia battuta:

-Non hai la cintura, praticamente è come se fossi nuda-

La vie en rose,

che percorreva distratta dalle note della radio, la mattina, mentre scendeva lo sguardo verso il mare, che sempre portava in porto una qualche nave, carica di speranze e di sogni.

Lei le navi le accompagnava per mano, le vedeva nascere e morire, era il suo lavoro.

Addomesticava il mare.

Stravaganze di pensieri da girare piano come zucchero nel caffé e titoli dei quotidiani sfogliati di passaggio, già scordati, come inserti che restano lì, per mesi sull’angolo di una presenza,

perché sappiamo più cose inutili di quante non sono necessarie.

L’oroscopo ancora a prenderla in giro:

“Incontri improvvisi e nuovi voli da salvare”

Scuotendo la testa, che chi cura certe rubriche gioca a metà, tra pianeti distratti in collisione con quel che vorremmo e voli pindarici di fantasia.

Chissà, forse poesia.

Pensò alle poesia guardando i pini marittimi sfilare sul mare, quelle imparate a scuola, quelle che restano dentro.

La vie en rose,

si snodava dolcemente al parapetto di illusioni che si tengono come ricordo, per non dimenticare, il segnalibro tra le pagine stropicciate di giorni tutti uguali, casa, ufficio, strada, polvere, supermercato, chiesa, di quando in quando in cori d’organo e ostie a metà.

All’improvviso svoltando un vicolo lo vide, chiuse gli occhi un attimo, certi scherzi la vista te li gioca, complice il caldo, ma quando Gracìa li riaprì era ancora lì.

Un gallo, ma uno vero, con le piume colorate, la cresta e i bargilli rosso sangue.

Camminava, saltellando guardando il mondo dal basso verso l’alto, incurante delle auto, della gente, della donna al quarto piano che stendeva il bucato incredula e divertita.

Un gallo, ma uno vero, in città, notizia da raccontare a spettatori increduli e divertiti.

Gracìa chiamò i vigili, che intervennero per catturare il volatile, perché non fosse ferito o ucciso dalle auto.

Ma il gallo corse via, passando accanto a Gracìa, aprì le ali volò sul parapetto e planò nel fiume, dove anatre selvatiche tagliavano la scia dell’acqua con il loro passaggio.

Lei sorrise e salì in auto, abbassò il finestrino, faceva caldo, era stanca e sorrideva.

Semaforo rosso

La vie en rose,

il tempo dal rosso al verde, per cambiare la sua vita, o per farle il dono di una carezza.

Il ragazzo con la maglietta grigia e il coccodrillo sulla destra si affiancò.

Lacoste

La costa era il luccicare di ultime onde, sul tramonto.

-Posso dirle una cosa?-

Lei lo guardò incuriosita: -Mi dica-

-Ma lo sa che è una bella donna, glielo dicono mai?-

Rise e scosse il capo, quel mattino non si era neppure truccata, per fortuna aveva almeno la cintura a disegnarle la vita, se no, se no è come se fosse uscita nuda.

A spogliarla con gli occhi ci pensò lui, la metà dei suoi anni, il doppio del suo credere ai sogni.

-Le posso offrire un caffé?-

-No, grazie-

-Ma è sposata?-

-Sì-

-Felicemente?-

-Sì-

-E…-

Semaforo verde

La vie en rose,

che a volte gli oroscopi hanno ragione, è questione di pianeti e congiunzioni.

E,

congiunzione,

di due periodi.

-Io lavoro al ristorante giapponese, quello sul porto, la aspetto-

Le auto sfrecciarono via, mentre lei scosse il capo.

Quella sera tracciò con cura la linea sotto gli occhi, passò l’ombretto sfumando in angolo, disegnò le labbra, raccolse i capelli,

alti, sul capo.

Lasciò scivolare l’abito di seta sulla pelle,

la vie en rose,

profumi a gocce dietro l’orecchio,

ad aspettare sussurri.

Il porto si beava sul mare di quell’ora luminosa prima della sera.

Il sushi è pesce crudo, tipico della cucina giapponese, affacciata sul mare una candela si consumò.

La vie en rose,

des nuits d’amour

à plus finir

Gracìa passò la mano sullo specchio, per togliere via l’opaco di umidità creato dall’acqua della doccia, poi lasciò cadere l’accappatoio accanto ad un altro, nel disordine stropicciato di certi letti, il mattino dopo, che non hai dormito, ma la pelle ride e non serve la matita sotto gli occhi.

Importante una cintura, in vita, perché senza sarebbe come essere nudi…e nuda lo era stata tutta la notte, sulla discesa della via en rose,

e un coccodrillo, sulla maglietta…



sabato 23 luglio 2011

Buena Vista Social Club













«Vieni con me a Cuba» disse Marco.

«Perché?» replicò Margherita.

Marco scosse la testa alzandosi. Lei lo seguì

«Scusami, rifammi la domanda»

«Vieni con me a Cuba?»

«Sì»

Lo specchio rifletteva la ballerina, gli scaldamuscoli rosa, i capelli raccolti, le scarpette, sulle punte, arabesque, pliè. Ultime prove.

Le note calde di un tango scivolavano come petali di rose sfiorite, sul limitare di un’estate ormai nell’aria, di vie deserte e finestre a respirare la notte.

L’Havana era percorsa solo dalla musica quella sera, dopo la pioggia. Le onde che arrivavano sul Malecòn erano una carezza morbida, il ritorno di un ritmo fragile. Una copia stropicciata del Granma su una panchina.

Il teatro era gremito, gli strumenti musicali accompagnavano la danza sinuosa, e tutti erano rapiti da un tempo andato quello che sta dietro lo specchio, che vive parallelo.

Al Floridita il rum nei bicchieri per un daquiri, quel vecchio libro comprato al mercatino poche strade più in là, che porta la firma di Hemingway.

Una cerata per coprirsi dalla pioggia, compagna discreta che arriva improvvisa, come un temporale estivo, a Trinidad, che sta appesa al collo come una collana, il segreto racchiuso nella sabbia delle maracas.

Poi per i turisti gli ambulanti spiegavano le magliette del Che, commercializzando la libertà, barattata con un peso leggero come una foglia di tabacco.

Compay Segundo sulla copertina di un disco che canta:

“De Alto Cedro voy para Marcané
Luego a Cuerto voy para Mayarí”

giovedì 21 luglio 2011

Galeotta fu la cena via e-mail


Colui che disse: preferirei essere fortunato piuttosto che abile
aveva capito tutto della vita. Le persone non vogliono accettare il fatto che gran parte della nostra vita dipende dalla fortuna. È spaventoso pensare quante siano le cose che sfuggono al nostro controllo. Da: Match point

Allo spazio tra le parole, sapendolo leggere...







Quella sera era davvero tardi, il rumore dei miei tacchi echeggiava sul vecchio marmo dei portici

in Via Po, per fortuna ecco il tram sferragliare, non ci speravo data l’ora.

Poche persone appese ai loro sogni nella sera di pioggia, di vetri appannati e tergicristalli a ipnotizzare lo sguardo.

Cullata dal movimento del tram, per le vie deserte, controllo il mio palmare.

Una mail.

New York ore 18,30

Cara Francesca,

sono rientrato oggi dal Cile e, guardo dall’ampia vetrata dell’ottantaduesimo piano del mio appartamento la grande Mela prepararsi per la notte.

Ritrovo sulla mensola della cucina il barattolo con tanti formati di pasta: farfalle, ricciutelle,maltagliati, lasciati negli anni nelle tasche delle mie giacche dalla tua mano, copiando quella famosa pubblicità: una collezione inedita.

Affondo le mani nelle tasche ma incontrano solo il tessuto liscio della fodera e quei cari formati di pasta mi riportano indietro nel tempo a quelle serate nella nostra casa in Umbria, alla tavola sempre circondata da amici e al cafè… il tuo terribile cafè.

Pensavo… mi inviteresti a cena?

No, non sto scherzando, certo neanche se prendessi il Concorde riuscirei ad arrivare in orario, ma lo sai, io alle cene arrivavo sempre per ultimo e mi piaceva trovare quel posto vuoto, che aspettava me.

L’odore dei ricordi, quando arrivavi scalza, in vestaglia e mormoravi : “Cafè?”.

Poi con gesti antichi prendevi la caffettiera, la “Moka”, come la chiamavi tu, e mi facevi venire in mente Cabarero e Carmencita del Carosello della mia infanzia.

Ancora assonnata mi passavi “Moka” dicendo: “La sviti?”.

Poi te la ripassavo, sentivo il colpo secco del filtro per svuotarlo, lo scroscio dell’acqua, l’aroma di cafè che riempiva la cucina, mentre “Moka” gorgogliava.

Il rumore dei ricordi.

Posso venire a cena da te?.

Invia

Torino ore 0,30

Posta in arrivo

Ciao Paolo,

ma lo sai che qui è già domani?

Ammesso e non concesso che con il Concorde riuscissi, diciamo ad arrivare fino a Parigi e di lì a Milano Malpensa, tutto quello che riusciremmo a mangiare a quelle ore sarebbe un “Camogli” in Autogrill.

Terribili quelle soste nei nostri viaggi, ricordi?

Ma penso di essermi innamorata di te dividendo uno di quei panini “riciclabili, ma non biodegradabili”, come li chiamavi tu.

Sai ogni volta che mi fermo a bere un cafè guardo con affetto la vetrina che presenta la sfilata di panini e Camogli e Olivia risvegliano sensazioni dolcissime e lontane.

Che dici, ti preparo un panino?

Invia

New York ore 19,00

Posta in arrivo

Sai fare di meglio di un panino.

Invia

Scendo dal tram, che fugge nella notte, come il passaggio di un sogno, il viaggio nei ricordi.

Torino ore 1,10

Posta in arrivo

Apro il frigorifero e passo in rassegna avanzi di cibo, frutta ammaccata, odore di muffa, un po’ come la mia vita: un sacco di cose da buttare via.

Poi esco nel piccolo giardino, non piove più, respiro la notte, e tra le fresche lattughe eccolo, è nell’aria, è come sentire il profumo di un amico e riconoscerlo dall’odore,senza voltarsi.

Il mio amico si chiama basilico.

Ne scelgo alcuni mazzetti e tuffo il mio viso nell’abbraccio del suo aroma, una lacrima accarezza la mia guancia, o forse è la pioggia.

I ricordi mi vengono incontro come bambini al sole: ricordi il pesto di zia Elena?

Ogni volta che preparo il pesto rivedo i suoi gesti antichi e provo un’emozione fortissima.

Rivedo le mie mani bambine che lasciavano impronte sui mobili, mentre io sbirciavo fuori dalla finestra e Genova sonnecchiava all’ombra della Lanterna.

Nel vecchio mortaio comincio a pestare l’aglio e i pinoli con il pestello di frassino

Penso a te, a quando ti divertivi a cucinare per i nostri amici girando per la cucina con il cucchiaio di legno.

Basilico e sale, senza più pestare, ma roteando sino ad ottenere un composto omogeneo…

Apro un cassetto, è ancora lì.

Il mio cucchiaio di legno.

Quanto tempo è passato, acqua e scottature sui fornelli lo hanno logorato.

Un po’ come la vita.

Aggiungo Parmigiano e Pecorino e infine l’olio d’oliva, versato a filo.

La fragilità della nostra vita.

Tu forte e fragile sempre in giro per il mondo, quante volte ti ho dimenticato in un “cassetto”?

Quei capelli d’argento sono il risultato di averti lasciato solo?

Chissà perché non ho mai pensato alla tua fragilità, alle scottature della vita, che hanno disegnato ragnatele di rughe intorno ai tuoi occhi.

Ora nella mia cucina si respira aroma di pesto.

Che pasta vuoi?

Trenette? Farfalle?

Ora non dirmi che non ti va la pasta al pesto, altrimenti devo ricominciare da capo e a quest’ora non posso certo uscire a fare la spesa!

Invia

New York ore 21,00

Posta in arrivo

Se ci sbrighiamo possiamo pranzare insieme a Parigi, “domani”?

Invia

Aeroporto Charles De Gaulle

Ristorante

“Signori, se posso consigliarvi, piatto del giorno: trenette al pesto genovese”

Una risata riempì l'aria

lunedì 18 luglio 2011

Finibus Terrae


“Non ti sai nascondere davvero…

Quante volte sei passata
quante volte passerai
e ogni volta è sempre un colpo all’anima
quante volte sei mancata
quante volte mancherei
un colpo al cerchio ed un colpo all’anima” Ligabue



A Lory e Dario che mi registrano il messaggio del Presidente ogni capodanno, ovunque io sia.

A Laura e Sandro, che mi hanno tirata fuori dal deserto della Parigi-Dakar.

A zia Elvy, Gandoli come Cap d’Ail.

Ad Angela e Ide, il mio paio d’ali.

A Patrizia, tutto si può, basta volerlo.

La pioggia bagnava le vetrate del minuscolo aeroporto.

Quando ci chiamarono per l’imbarco attraversammo la pista a piedi, il piccolo velivolo aveva già messo in moto i motori. L’aria umida di pioggia si mescolava a una malinconia.

I cespugli di ibisco e le buganvillee erano un’esplosione di colori, le vedevo dal finestrino, mentre lasciavamo la piccola isola, lambita da mari tranquilli e acque basse. Dove la mattina uscite di casa prendevamo il caffè con i piedi nell’acqua.

Ricordo che il primo giorno, dalla veranda alzai le mani per contenere un’immagine, come se avessi avuto una macchina fotografica: il cuore scattò una fotografia.

Una partita a carte con il destino e una noce nella mano.

Carta

Ci sono posti che finiscono, più in là non si può andare. Andare oltre, cercare un volto scoperto nello specchio alla luce di una candela, tanto tempo prima.

Un sogno, un numero, ripetuto e giocato mille volte, e perdere, mille volte.

Vedo

Finibus Terrae, una foto scattata al limitare dell’abisso.

“Fermati, è pericoloso”

“Ma c’è il prato, dietro”

Il prato era una striscia di terra che non mi avrebbe salvata, ma non mi serviva il paracadute quel giorno.

Lascio

L’aereo rulla piano sulla pista e mi permette di abbracciare con lo sguardo le colline, le piccole case, poi prende quota, sale per un po’, poi si piega ed è il saluto al mare, alla spiaggia, a un posto che vive solo dentro di noi.

Poi il cielo.

La mia casa, il mio tempo. Le lettere di amici con francobolli stranieri.

Full d’ assi

Un passo conosciuto alla porta. Un canto conosciuto quella voce. Il tempo del vino e delle rose.

Un dito sulle labbra, il segno universalmente condiviso del silenzio.

“Non dire niente”

Stamattina, camminando sulla spiaggia, ho inciampato in un messaggio in bottiglia.

Un azzardo con il destino, quando alla mano di carte mancava la carta buona, che è arrivata, per ultima, inattesa, inaspettata, proprio quando ero lì per lasciare la stazione e un treno si è fermato.

Siamo il nostro passare, siamo i giorni buoni e quelli bagnati di pioggia. Siamo sole e tempesta.

Siamo le parole che vegliano la luna nel cuore della notte. Siamo bocca e bocca per un bacio.

Ecco, semplicemente, siamo. Il nostro tempo. Sull’orlo di un precipizio, di una vertigine, di un abisso, al limitare di Finibus Terrae.

domenica 17 luglio 2011

Menton, Jardin Bioves


Perché l’amore, Fumi, sarà senz’altro meglio quando c’è. Ma per persone come noi diventa perfetto solo quando c’era. [L’amore quando c’era] Chiara Gamberale

Ci sono posti dove mi piace arrivare in treno.

Luoghi così incredibili rubati alla roccia e a il cielo. La Val Roya è uno dei percorsi più arditi e affascinanti, anche per l’anima.

Quando il treno finalmente corre lungo il mare, riabbraccio posti cari, come Le Calandre e Balzi Rossi. Le frontiere le hanno messe gli uomini, ma davvero poi il mare qui cambia colore, si fa di un azzurro che non ho conosciuto altrove.

“Menton, gare de Menton”

Scendo, tra i passi trascinati e festosi dei turisti.

Io non l'amo più, è vero, ma quanto l'ho amata. ... mi colpisce come uno schiaffo la scritta sul muro, Neruda in un libro aperto.

La casa è avvolta dalla penombra, mentre la attraverso per spalancare la porta sulla terrazza, un vento fresco mi abbraccia, i rampicanti della Signora Linette, arriveranno al quarto piano, penso.

Giù al tennis stanno giocando, il rumore ritmico della pallina si accompagna alle cicale, che non si stanno zitte. E i gabbiani, mia madre si lamenta sempre di quanto chiasso fanno, ha ragione.

Match point

Il mare è laggiù a sinistra, mi sporgo per vedere se Anna la rossa, è già qui. Vedo i giochi dei bambini sparsi sulla terrazza. Sorrido.

Qualcuno saluta, giù tra i salici. È Emma, con i suoi cocker neri. Alzo la mano.

“Presente”, è un gioco che facevano negli anni e continuiamo a farlo.

Accendo la radio, e mi sorprende ancora pensare che Enola gay, era quell’aereo. Che cambiò il mondo. E al ritmo di Words, don’t come easy, scendo a bere un caffè da Armando.

Come i pezzi di un puzzle. Mi racconta chi c’è. Chi è in spiaggia. Mi siedo all’ombra di un ombrellone, mentre bevo il mio caffè, sfogliando Nice Matin, domani è il 14, è festa.

“Vai in spiaggia?” domanda Armando.

“Vorrei andare a Eze”

“Bagno al tramonto a Mala?”

Sorrido. “Vediamo, se Luca è libero…”

Intanto mi incammino sui Jardin Bioves, giù fino al mare. Tra il profumo di citron e croissant.

Arrivo sino al faro, mi appoggio e guardo le barche che rientrano in porto.

Seguo la linea dell’orizzonte riparandomi il sole con la mano, la risposta al mio passare, la leggera increspatura sul mare lasciata da una vela, l’abbraccio delle onde, e questo cielo rubato alla montagna e queste case, dai colori pastello, le persiane in tinta. Le bandiere alle finestre.

Sento l’eco dei miei passi che mi fa compagnia, e mi domando se questo non sarebbe un bel posto dove fermarsi, o dove tornare.

Ah, questo treno che prendo oggi, che tu sei partito.

Mala al tramonto ha i riflessi cangianti del giorno che muore, di un sole liquido che stempera le assenze, con quell’aroma di pini marittimi e cicale.

Restare immobili, aspettando la luna piena, e camminare sulla sua scia con passi d’argento, una fiaba di bambini, come un ricordo andato.

domenica 10 luglio 2011

I giorni del tè


"La prima volta che bevi un te’ con uno di noi sei uno straniero; la seconda, un ospite onorato; la terza, sei parte della famiglia.” Haji Ali, il capo del villaggio di Korphe

Il deserto ha la capacità di avvolgerti all’improvviso, ti sembra di vedere ancora nello specchietto retrovisore i palazzi di Douz e all’improvviso tutto intorno è orizzonte. Senza un necessario punto di inizio o di fine.

Il sole allo zenit riflesso negli occhiali da sole, Massimo teneva il volante con due mani, la polvere si alzava intorno, coprendo con un velo l’auto, le valige, i giornali.

Iris guardava, cercava di cogliere un elemento di riconoscimento, come in un labirinto. Niente è uguale a se stesso come il deserto: eppure cambia in pochi secondi, lo stesso posto, il vento e le dune si limano, ne nascono di nuove, si cancellano i passi, ci si perde mille volte.

Il deserto.

Ricordo di ginestre, dipinte sulle tazze di quei mattini.

Tanti deserti che avevano attraversato, partendo dal Medio Oriente, lasciando quella guerra vista dalla terrazza di un hotel. Irreale.

L’aroma del tè, era il sapore sulle labbra, il bacio al gusto aromatico, immobile, ma che riconoscevi quando entravi nelle botteghe di spezie dei suk.

Su quella collina, si distendeva la terra fino al mare. La strada la conoscevano.

Sembrava anche più facile del deserto.

Bisognava camminarci, con il sole allo zenit, e la pausa per un tè. Tra sconosciuti, come con i Tuareg, tanto tempo prima.

Quando il deserto la sera era uno scialle caldo e rassicurante. Prima della notte.

venerdì 1 luglio 2011

L’estate in una finestra


“c’è qualcosa fra te e la vita
che non ho ancora conosciuto
mentre ridi così facilmente
c’è qualcosa fra te e la vita
chissà quanto vi conoscete
mentre ridi, mentre ridi” Ligabue

La grande casa di zia Elvy stava appoggiata su un lembo di mare che si insinuava nel piccolo fiordo, tra le ville arrampicate alla collina, celate dai pini marittimi e giù il piccolo porto.

Ci sono posti che anche solo evocati dal ricordo sono approdo per l’anima. Legati quando è la vita a separare.

Iris era arrivata il giorno prima, per stare un po’ con zia Elvy, voleva respirare quell’aria familiare che aleggiava tra le persiane accostate il pomeriggio, quando tutto era silenzio e il tempo era scandito dal frinire incessante delle cicale.

Come si somigliano i sud del mondo, tra ulivi e mare, panni stesi ad asciugare come vele pronte a portare i pensieri in alto mare.

I posti dove si cresce restano in noi simili a se stessi, non li vediamo invecchiare, fin quando tornandoci si cominciano a contare le assenze, i cambiamenti.

La ragazza sfiorò con dita di gesso l’altalena in fondo al giardino, che cigolò sotto la spinta della sua mano.

I ricordi frantumarono il silenzio quando arrivarono gli amici di tanti anni.

Una festa d’estate, era davvero curioso come quella casa da sempre li sapeva riunire.

Anche quando si credeva fosse impossibile, per il lavoro, per la lontananza quel luogo aveva la magia di richiamarli. Tutti. O quasi. Con questo pensiero rientrò in casa per finire i preparativi.

Il giardino era un tripudio di colori, palloncini e bandierine, di bambini che giocavano.

Sentiva le voci ridere che entravano dalla finestra della cucina.

Era come se aspettassero qualcuno e lei non capiva.

Dalla grande terrazza osservò il mare al tramonto, era estate, le barche rientravano in porto.

Un fischio. Lontano.

Ciuffo iniziò ad abbaiare scendendo velocemente la scalinata. Iris lo guardò, dapprima stupita, poi quasi incredula.

Ciuffo era il cane del porto, ma amava anche lui quella vecchia villa sul mare.

Iris attraversò il giardino sotto lo sguardo benevolo di zia Elvy.

Ciuffo corse verso la spiaggia.

Quando lei arrivò stava ormeggiando una vela. Valentina, c’era scritto sulla prua. Con una vernice rossa, rovinata e sbiadita dal tempo. Un ricordo, legato stretto al polso come una bandana.

Massimo la salutò.

“Non ho parole” disse lei.

“Questa era la mia battuta” rispose lui.

Ciuffo andava avanti e indietro.

Il vento stava cambiando.

Il calendario raccontava un presente a tratti imperfetto, come i giorni in Somalia.

Il tempo antico di attese dalla finestra di zia Elvy.

Stavano tutti là, seduti in giardino, ad aspettare che iniziasse una nuova estate, fluendo come raggio di luce da una finestra.

Ancora.