domenica 27 novembre 2011

Le voci del Ritz

A Lea e Gilda

Aprii la cassetta delle lettere e tra le bollette, le pubblicità c’era una busta color panna, con il mio indirizzo scritto a mano. Di questi tempi la gente scrive sempre di meno. In un’ epoca fatta sms, mms in tempo reale per farti sempre partecipe della vita degli altri, anche quando ne faresti volentieri a meno, è curiosa questa lettera.

Torno in casa e la apro. Leggo. Rileggo. Lea e Marco si sposano e mi invitano a Parigi, c’è pure la convocazione per il volo.

Quando ricevi una notizia così resti spiazzato, su un social network come facebook te la caveresti almeno con un “mi piace” e pollice alzato di memoria di epoca romana.

Squilla il telefono, è Gilda. Stesso invito.

Per giunta saremo pure testimoni, lei di Marco io di Lea.

Di questi tempi va di moda sposarsi in location particolari, la casa di Giulietta a Verona, un qualche castello nella campagna toscana, una spiaggia esotica, un po’ meno di moda Las Vegas.

Parigi in autunno è magica, ha quel sapore ambrato, come un bicchiere di cognac, quel volteggiare di foglie secche per gli Champs-Élysées.

La sera prima del matrimonio c’è una festa, A l’ombre di Notre Dame. La Senna scivola via liquida, assorbendo le luci dei lampioni, velata appena dalla scia dei Bateaux Mouches.

Pochi amici, una tavolata e le parole, non è casuale la scelta di Parigi, per queste persone che in un modo o nell’altro ruotano intorno alla vita di Marco e Lea. Si parla francese, ma ascolto la carezza morbida che solo l’arabo porta con sé, in concetti incomprensibili, ma espressi con una musicalità poetica.

A volte è così anche nella vita. Parlarsi intendo. O non parlarsi. Al di là della lingua con cui ci si esprime andrebbero colte le vibrazioni, le paure, le speranze che si celano tra le parole.

Passando accanto al bancone del bar una locandina attrae la mia attenzione: Noè espone i suoi quadri per una mostra temporanea a Montmartre.

Quando torno in albergo lo chiamo. In fondo la mia anima è nata qui. In una soffitta sulla Senna.

Il mattino dopo mi alzo presto, faccio colazione con i croissant di sfoglia. Solo qui hanno questo sapore, di burro e zucchero e mi ricordano certe merende d’infanzia in Provenza.

Sfoglio distratta Le Figaro.

Poi esco prendo la metropolitana.

È nuvoloso. Ma è presto potrebbe anche uscire il sole. Tiro su il bavero del cappotto e percorro le strade che conosco, in quell’angolo di città che mi calza come un guanto. I negozi, le strade, gli alberi, tutto così familiare.

Quando entro nella piccola bottega un trillo di campanello annuncia la mia presenza.

Noè sbuca tra le tele, maestro di immagini.

Il tempo scorre via veloce attraversato di ricordi, quando il presente è uno scampolo di città, lo spazio della scacchiera dove stare attenti a non muovere lo scacco al re.

Esco con la mia tela e la dedica del mio amico pittore per Lea e Marco. Per uno sciopero la metropolitana è chiusa. Avete mai provato a prendere un taxi a Parigi in queste occasioni?

Alla fine riesco a tornare al Ritz in tempo, o almeno credo.

Lascio la tela in reception, seguo le indicazioni ed arrivo nella sala in fondo a un corridoio.

Gli invitati si stanno sedendo. Un funzionario sta parlando con Lea e Marco. Gilda è già seduta.

Arrivo vicino a Lea che mi fulmina con un’occhiata.

-Ma che fine hai fatto?-

-Bel vestito.- cerco di stemperare.

Le voci del Ritz, quell’atmosfera di tempi andati, di poeti e pittori. L’amore nelle declinazioni più impensate.

E un sì. Doppio sì. Per un plurale di presenza. Da oggi in poi.

Lea e Marco hanno un volo nel pomeriggio per gli Stati Uniti.

Io e Gilda ci fermiamo una notte ancora. Ne approfittiamo per lo shopping natalizio.

La mattina dopo l’addetto alla reception mi porge un biglietto e il bouquet di Lea.

“Se l’avessi lanciato ti saresti defilata.”

Guardo Gilda, le porgo il biglietto ride.

-Ha ragione Lea, io mi sarei defilata e sarebbe toccato a te.- le dico lasciandole i fiori in mano.

Gilda non ride più.

Prendiamo le valige e le buste con i regali. Il taxi procede lentamente nel traffico verso l’aeroporto.

Fermi ad un semaforo osserviamo un ragazzo e una ragazza che camminano sotto la pioggia, senza ombrello. Si tengono per mano. Sono curiosi gli innamorati a Parigi.

Gilda apre lo sportello del taxi, scende, si avvicina ai due ragazzi porgendo alla giovane il bouquet dicendolo loro qualcosa. Poi risale. Il taxista ha osservato la scena dallo specchietto retrovisore senza tradire la minima emozione. Però ora sorride.

Gilda mi guarda.

-Certe catene di Sant’Antonio è meglio non interromperle.- dice.

-Giusto.- dico.

Devo ricordarmi di raccontarlo a Lea.

venerdì 25 novembre 2011

Nata libera


-Quante volte sei passata
quante volte passerai
e ogni volta è sempre un colpo all’anima- Ligabue






-Informiamo i signori passeggeri che l’imbarco del volo 6221 è stato spostato al gate nove-

Ascolto l’annuncio diffuso in aeroporto. La commessa mette i miei acquisti nella busta trasparente e timbra la carta d’imbarco.

Ci sono cose che accadono perché è scritto. Perché lo sapevi. E sono spesso una variabile imprevista nella tua vita. Quando tutto sembra ormai posto su rotte tranquille, quando il pensiero è libero da legami malsani, come febbre di malaria. Accade.

Una mano sul mio braccio. Un volto. La variabile indipendente. Ci sono tanti modi di essere vittime di noi stessi e tanti modi per definire uno stato di malattia che inquina il nostro pensare, chiudendoci in una rete a maglie strette.

-Posso parlarti?- La domanda è semplice, ma apre una serie di porte e di emozioni, rompendo l’argine di ricordi ben catalogati e conservati. Da rivedere quando si ha voglia. Come un album di fotografie. Lì in quel momento non volevo. Tuttavia non avevo scelta.

La mano sul braccio. Guardai il tabellone delle partenze.

Il tempo di un caffè. Nell’equilibrio precario e instabile di un gioco fatto con i bastoncini da Shangai. Immobile il mio pensiero, mentre intorno a me tutto continuava a muoversi.

Frazioni di secondi che sembrano anni, un lampo nel cielo, l’attesa che si fermi la pallina della roulette, adrenalina. E ti sembra che la vita ti passi davanti.

-Informiamo che è iniziato l’imbarco del volo 6221.- e a seguire le procedure richieste per l’imbarco.

La mano ancora lì, sul braccio, la domanda nell’aria, il passato mescolato al presente.

La mia scelta è un no. Negazione, chiusura, fine. E non avverto la drammaticità del primo istante dopo, l’elaborazione del dolore, il vuoto. È un no che mi libera.

Chiamano il mio nome per l’imbarco immediato.

Ora non ho più la mano sul braccio. Solo una voce che chiama il mio nome.

Alzo il passaporto e la carta d’imbarco, mi fanno passare. Il gate è aperto hanno fatto l’ultima chiamata con il mio nome.

La hostess controlla i documenti e percorro il braccio del finger che mi separa dall’aereo.

Mi siedo. Nell’attimo esatto in cui l’aereo stacca da terra mi sento libera.

C’è un posto, dove sto andando, che si chiama Elsa Mere.

Perché in fondo, io so, che sono nata libera.

martedì 22 novembre 2011

Il treno: Lèzard Rouge


A Lea, Gilda, Simone

Cammino senza ombrello, ormai non piove più, avverto sul viso l’umidità e l’aria pulita.

Mi accompagna il rumore del mare, giù sulla scogliera.

Domani partiamo, sto ripassando velocemente cosa mettere in valigia.

A volte hai la sensazione a pelle che le cose stanno per cambiare, che accadrà qualcosa che in qualche modo stravolgerà la tua vita, si muove piano, come un’onda. Impercettibile come la deriva dei continenti. Ma sai che c’è qualcosa chiamato futuro molto vicino. Un volto ancora celato, un biglietto aereo, la presenza di un vento foriero di novità.

Lo sai. Lo avverti.

Ci troviamo in aeroporto. Io come sempre litigo con il peso della valigia in un’equazione di tempo fratto spazio che non dà mai il risultato sperato.

È che non so fare la valigia, mi porto sempre appresso un sacco di cose inutili. Diciamo che nella vita ci si affeziona alle cose inutili al punto di considerarle indispensabili.

Simone sta rivedendo con Lea i passaggi di un’udienza, la vedo preoccupata, anche ora, ora che dovrebbe solo pensare a partire.

Gilda ha raccolto i suoi capelli rossi in una strana acconciatura, che se non fosse frutto del caso sembrerebbe appena uscita da una di quelle riviste patinate che è intenta a sfogliare mentre mastica una gomma.

Certo che siam proprio un gruppo sconclusionato, forse è per questo che siamo amici.

E vorrei vedere il contrario, visto che stiamo per andare in un posto sperduto della Tunisia dove sta lavorando Marco. E che Lea ci ha perso la testa lo sappiamo tutti, però Marco è nostro amico e un capodanno insolito ci può anche stare. È per una buona causa.

Anche se penso alle mie amiche una settimana in beauty farm alle terme.

-Vuoi mettere il fango con la sabbia del deserto?- aveva detto Gilda per convincermi. E lo sapeva che adoravo il deserto.

Gilda poi sarebbe partita qualunque fosse stata la meta, se al check-in ci avessero detto che l’aereo andava nella steppa, non avrebbe battuto ciglio. È splendida. Le invidio questa sua capacità di adattamento.

Mentre con me hanno una pazienza infinita e mi portano pure i vasetti di pesto alla genovese per condire la pasta.

Lea cammina nervosa, parla al telefono con Marco, la linea è disturbata, lei alza il tono della voce e anche a non volere la ascoltiamo.

-No guarda che se è un problema non veniamo più.- dice.

Gilda che fino a quel momento era intenta a leggere alza lo sguardo, interrogativo.

Lea, si trincera dietro le braccia conserte e un singhiozzo in gola.

-Andiamo alle terme?- cerco di stemperare. Ma Lea mi fulmina con lo sguardo.

Decido per un caffè. L’ultimo, italiano e decente prima di partire.

Mi fa compagnia Simone. Lui il caffè lo prende sempre amaro, dice che ci siamo noi a zuccherargli la vita.

Ovviamente partiamo.

Il volo è tranquillo. Dopo due ore atterriamo in Tunisia.

Marco è venuto a prenderci.

Ci dividiamo su due taxi. Marco e Lea. Io, Gilda e Simone.

Mi piace questa terra al limitare del deserto, dal finestrino sfilano le case basse, bianche e squadrate, dalle finestre ovali e le cupole buffe. Sembra uno di quei fondali che si usano per il presepe. Le palme dondolano nel vento e la luna piena rende tutto quasi magico.

-Che bello.- dico.

-Sì, sembra quasi finto.- dice Simone.

La musica alla radio ha un che di ipnotico, appoggio la testa al finestrino e lascio andare i pensieri.

In albergo sistemiamo le nostre cose, Marco ci vuol portare in un locale nella medina.

Il sonno mi passa all’improvviso, siamo catapultati in un caleidoscopio di colori, suoni e profumi di spezie che acquiscono i sensi.

Guardo i tappeti esposti e penso alle migliaia di nodi che li compongono: curioso semplici nodi tengono l’ordito e la trama di quei disegni uniti per sempre.

Guardo Marco e Lea che camminano davanti a me e si tengono per mano. Migliaia di nodi.

Ceniamo in un locale dalle pareti ricoperte di immagini del deserto, una luce ambrata, e il tè a riempire i bicchieri.

Le parole in arabo fatte di acca mute, acca aspirate, rendono ovattato il nostro parlare.

Torniamo in albergo.

Domani prenderemo un treno, Lèzard Rouge. Un salto nel tempo per posti incantati.

Domani finirà un altro anno e mi sento improvvisamente più vecchia.

Ma le cose vanno concluse per aprire la porta a nuovi orizzonti.

Comunque sia andata è finito un altro anno e siamo qui insieme. Un gruppo di amici tenuti legati da migliaia di nodi senza motivo apparente. A formare un disegno.

La mattina dopo ci svegliamo con la pioggia.

-Qui non piove mai.- si giustifica la guida.

-E, ma noi abbiamo la signora della pioggia.- ribatte Lea guardandomi.

Rido, tiro su il cappuccio della giacca e mi incammino.

Simone apre un ombrello e camminiamo insieme, senza dire niente.

Il treno ha il fascino di un non tempo.

Questo, in un modo o nell’altro, è il nostro tempo.

Il tempo di un angolo di cuore, di un viaggio, di un mazzo di basilico sulla finestra di una casa.

venerdì 18 novembre 2011

40 Madison Avenue

E ho visto cose riservate ai sognatori,
ed ho bevuto il succo amaro del disprezzo,
ed ho commesso tutti gli atti miei più puri.- Jovanotti-


La sera aveva acceso la città di luci.

Passando per Central Park Viola teneva le mani in tasca e la musica in cuffia.

Viveva al 40 di Madison Avenue, vicino al Flatiron.

Un caffè a Little Italy con un vecchio amico che le venne incontro porgendole un vaso colorato con una piantina di basilico. Al posto delle rose.

Dissacrante.

Ci sono giorni fatti per essere ricordati con un cerchi sul calendario. E un numero. Da tenere dietro alla porta e giocare sul cuore.

Così, dissacrante.

Come la pelle vestita solo di parole.

sabato 12 novembre 2011

Come picche chiama fiori, quadri chiama cuori

Ouverture

Violoncello. Note basse.

Pianoforte.

Ballerine.

Luce, luce.

Il sole era ormai sceso dietro ai palazzi. La donna stava appoggiata al parapetto della muraglia e guardava il mare. Il porticciolo era disteso e addormentato alle sue spalle.

Un uomo la raggiunse, si salutarono.

Poi scesero la scalinata che porta verso la piazza.

Un tavolino di un bar, due caffè.

Lui lesse attentamente i fogli che lei aveva tirato fuori dalla borsa.

La luce ovattata dei lampioni avvolgeva le case in un caldo abbraccio d’ambra.

-Chiara, sei sicura di voler procedere?- C’era un tono di ansia nella voce di lui.

-Sì.- Lei era determinata.

-Spero tu abbia un buon avvocato.-

-Ho un paio di assi nella manica.-

-Sì, ma i tuoi assi sono sicuramente assi di cuori.-

Come picche chiama fiori, quadri chiama cuori

Tulipano nero, Chiara. Agitata da un vento caldo del sud. Provocazione e battaglia continua la sua vita.

Ossimoro di pelle, parole e avanzi di cuore.

Un cappellaio matto e carte impazzite, sfuggite da un libro dimenticato sulla panchina di un tempo andato.

Come picche chiama fiori, quadri chiama cuori

Violoncello

-Parto domani- disse Chiara.

Lui sospirò rassegnato.

-Capisco. Non condivido, ma capisco. Dove andrai?-

-Roma, penso. Poi Madrid e La Paz.-

Le case intorno stavano silenziose. All’angolo della piazza un gruppo di uomini giocava a carte.

Il vecchio Pucci, il cane di Annina sempre più vecchio.

Leone camminava solo. Ma lui era un’altra storia.

Qualcuno spense le luci del teatro.

Ballerine,

pianoforte,

violoncello

Come picche chiama fiori, quadri chiama cuori

domenica 6 novembre 2011

Gabriella Genisi Giallo ciliegia

“All’angolo sì, in quel punto ambiguo e molto erotico che è la fossetta che si forma tra la piega delle labbra e le guance. Una sorta di zona franca, studiata apposta, per chi vuole osare un po’ di più, pur restando nel recinto del bacio amichevole. Solo che per essere perfetto ‘sto bacio deve essere desiderato da entrambi nello stesso istante. Una specie di miracolo, diciamo. Ma succede, posso garantire.”

E lo so che succede.

Gabriella Genisi e il suo ultimo libro, Giallo Ciliegia.

E il titolo la dice lunga, che il taglio del romanzo ha il respiro del giallo al ritmo del cuore.

Già il cuore. Quell’amore che la sua protagonista, Lolita, dice essere un’abitudine che ha perso.

Ma le cose si perdono per essere ritrovate.

Facciamo un passo indietro.

Ho conosciuto Gabriella un po’ di anni fa, una sera d’estate a parlare di libri nell’agriturismo di un’amica comune, una specie di isola.

Questo va specificato, perché se la conosci è garantito che tra i suoi personaggi scorgi sempre un volto amico, la curva sulla strada che improvvisamente apre l’orizzonte a posti che conosci.

In quegli anni venivo in Puglia in vacanza, e anche questo, va specificato.

E sarà stato il mare, o il richiamo di Caparezza, con il suo Vieni a ballare in Puglia che ho scelto di restare.

Ora ci vivo, e per l’esattezza vivo nella città vecchia.

Leggere questo libro, sulla terrazza della mia casa, all’ombra del campanile della cattedrale, è come essere in un caleidoscopio e le immagini che descrive Gabella sono il mio orizzonte quotidiano.

Racconta Bari, l’autrice, città dove sono tutti avvocati e brava gente, “Come trovarsi in un suq arabo o nella Città dei morti al Cairo, tanto per fare un esempio” luoghi conosciuti, a far la conta come a nascondino tra i locali della città vecchia e il passeggiare sulla Muraglia. In certe giornate livide, come racconta anche Carofiglio.

Ne resti avvolto, dal suo raccontare, al di là del giallo su cui indaga la protagonista, ben studiato, appoggiato in un tempo all’angolo con l’estate, quando si giocano i mondiali di calcio, gli ultimi, per esattezza. Giallo dicevamo di una bella costruzione, tra boss locali, lottizzazione di terreni e un contrabbando dal Montenegro.

Bari è il back-ground su cui corrono le pagine. La città vecchia, i suoi vicoli, le persone, anche la musica, ti accompagnano. È un posto che conosci.

Ne parlavo l’altra sera con amico scrittore. È così, quest’angolo di città è un’isola.

E io che ci vivo lo so bene. Lo pensavo, mentre uscivo afferrando la giacca e le chiavi, per andare a recuperare un amico. Che casa mia non la trovano mai. Ma poi ci tornano sempre.

Una specie di presepe queste case strette le une alle altre, così ben raccontate da Gabriella, e anche solo chi si ferma per un’ora, il tempo di un panino, e non sa quando tornerà, respirare questi vicoli è portarsi via la fotografia più bella della città.

In alcuni passaggi c’è un’ironia a pari col cuore, e una manciata di ciliegie.

“Appunto. Tanto lui torna, statti tranquilla. Sempre se sei disposta a riprendertelo.”

“Ma veramente torna? E tu come lo sai?”

“Quindi te lo riprendi”

Ah, l’amore, trovo questo passaggio la chiave di volta per tante vite, ci siam passate un po’ tutte e mi sa che a questo proposito qualche scusa alle amiche è d’obbligo.

Bello il linguaggio, perché è così che si parla qui, carinissimo l’amicamia, o Nicolamio, tutto attaccato.

E bellissimo il crossover letterario che Gabriella fa con il suo personaggio precedente, dal Pesce rosso non abita più qui, se ne arriva il maggiolone cabriolet bianco, comprato su Ebay da Cleo di Roma.

Un bel romanzo, aspettiamo il prossimo.

Tacco sedici

A Lea e Gilda,

Quel mattino mi ero svegliata con il rumore della pioggia sui balconi.

Mi piace scrivere con questo sottofondo.

Scalza, la tazza di caffè tra le mani, lo schermo chiaro del pc.

E parole, da inseguire, piano.

Il telefono.

È Lea.

-Possiamo venir a far colazione da te?-

Incrocio distratta l’orologio sulla parete, ma che ore sono? Le 8,30. Sabato.

-Possiamo è plurale, chi c’è con te?-

-Gilda. Ti portiamo quei croissant francesi che ti piacciono-

Sorrido.

-Va bene. Con questo tempo non mi va di uscire, mi portereste anche il giornale?-

-Sì dobbiamo parlare-

La voce funerea non promette nulla di buono.

Poco dopo le sento parlare nel mio cortile, posano gli ombrelli. Entrano.

Lo capisco subito dagli occhi di Lea, arrossati, che qualcosa non va.

Gilda intanto tira fuori un paio di decoltè bellissime, in raso blu con un tacco sedici. Vertiginoso. Dice che deve abbinarci una borsa, più tardi andrà in centro.

Preparo il caffè. Lea di siede sul divano, mentre Gilda misura la mia cucina improvvisando un défilé. Ma come fa a star in equilibrio su quei trampoli.

-Marco va a Capo Verde-

Resto con il barattolo del caffè in mano, a mezz’aria. Mi giro.

Gilda alza gli occhi al cielo. Facendo un rapido calcolo, la poveretta sarà stata tirata giù dal letto all’alba e saprà tutta la storia.

Poso il caffè, le guardo interrogative.

-Vero?- domanda banale. Che dà il la a Lea per aprire una filippica sull’effetto che questo viaggio avrà su di lei.

-Ma cioè, voi capite. Io sto male e quello che fa? Va a fare il volontario per due mesi a Capo Verde. Ma dico io, io che devo fare?-

-Però sono isole con un loro fascino. Non è che gli chiedi se mi compra un paio di quei quadri di sabbia?-

-Ma come ti vengono in mente i quadri di sabbia-

E certo, cercavo di stemperare.

-E se fa scalo a Dakar non è che mi porta una borsa di pitone?- fa eco Gilda.

Lea ci guarda stralunate.

-Ma che avete capito? Non va mica a fare il turista low cost. Se ne va a operare in quell’angolo di mondo dimenticato da Dio, e com’è che sapete tutte queste cose su Capo Verde, io manco sapevo posizionarlo sull’atlante quando me l’ha detto-

-Oceano Atlantico al largo delle coste del Senegal- le dico.

-Lo so. Ho solo detto che in quel momento mi ha presa alla sprovvista e non capivo più niente-

Non è Capo Verde il problema lo so, lo sa Gilda e lo sa Lea.

Il problema è che lei vorrebbe la certezza di un amore incondizionato e non si accorge che è così.

Che l’amore ha tagli di luce diversi, come cocci di bottiglia che appena rotti ti possono tagliare, ma se levigati dal paziente lavoro dell’acqua e delle onde possono diventare piccole gemme. I vetrini, un tesoro che raccoglievamo da bambini sulle spiagge. Cocci verdi, gialli, bianchi, marroni, quel che restava delle bottiglie naufragate.

Marco era come un messaggio in una bottiglia, non sempre quello che c’è scritto corrisponde a quello che in quel momento vorremmo leggere. Ma tutto quello che è scritto si può cambiare.

Le parole sono un dono bellissimo.

Un amico a Natale di un po’ di anni fa mi ha regalato una scatolina che contiene delle parole su dei foglietti, prendendone uno ti dovrebbe venire l’ispirazione per scrivere.

L’amore è qualcosa di meraviglioso in cui continuo a credere. E se penso a qualcuno che si ama sono proprio Marco e Lea.

Lea con le sue fragilità così ben nascoste dietro le sue qualità è ovvio che poi Marco a volte finisce per crederla più forte di quello che è.

-Perché non vai con lui?- domando.

Silenzio.

-Non posso, il mio lavoro, i ragazzi, il cane- dice.

-Guarda le cose da un’altra prospettiva- dico.

Gilda che ha sfilato le scarpe gliele porge.

-Provale-

È adorabile, Gilda, così distratta, sembra sempre che viaggi a un’altra dimensione, a un’altra velocità. Gli occhiali vintage con la montatura bianca. A volte sembra uscita da una rivista degli anni 60.

Però ora è drammaticamente seria.

-Provale-

Lea prova le scarpe, e mi viene in mente la scena del Mago di Oz.

Le strade che incrociano quelle delle persone della nostra vita sono imprevedibili. A volte ci sfiora appena, altre ci si scontra. Alcune volte, cara Lea è necessario allontanarsi. Perché le cose si perdono per essere ritrovate.

-Ma poi torna?- chiede Lea.

-E certo che torna- dico -Ragazze, io alle cinque, ho un aereo per Milano-

Mi guardano.

-E quando torni?- chiede Gilda.

-Domani sera-

-E che vai a fare?- chiede Lea.

-Un mio amico presenta il suo libro-

-E tu vai fino a Milano per un libro?- chiede Gilda.

-Dipende dal libro- dico.

-O da chi l’ha scritto- dice Lea.

L’amore è qualcosa che arriva così, quando ormai avevi chiuso le speranze. L’amore non è un pacchetto tutto compreso. A volte è volo low cost per stare insieme poche ore, o tutta la vita, questo lo diremo solo alla fine. Ma comunque vada c’è un destino che ci lega a chi fa parte della nostra vita. E prima o poi ci incontra. E ci tiene con sé. È una promessa Lea.

sabato 5 novembre 2011

Mr Gwyn, Alessanro Baricco

“Erano cinquantadue le cose che Jasper Gwyn si riprometteva di non fare mai più. La prima era scrivere articoli per il “Guardian”. La trentunesima era farsi fotografare con la mano sul mento, pensoso. L’ultima era: scrivere libri. Avrebbe fatto il copista.

Un mestiere pulito.

-Veda se trova qualcosa tipo copiare la gente.

-Sì.

-Come sono fatti.

-Sì.

-Le verrà bene.”

Bari, Libreria Feltrinelli, 4 Novembre 2011

Una folla variopinta accalca la libreria, appesi tra gli scaffali, libri e persone.

Un applauso accoglie Baricco. Si siede, guarda la platea e si mette a raccontare del suo ultimo libro, come di un vecchio amico.

E mentre parla racconta di come è nato Oceano mare, occhieggia su Seta.

Mr Gwyn nasce in una giornata piovosa in cui l’autore a, Parigi, si rifugia in un museo e da un quadro si apre una finestra ed escono parole.

La scelta di Baricco è quella di scrivere sulla stretta linea di confine. “Nel confine c’è una luce particolare. La luce che io voglio, che io cerco. È lì che voglio stare” dice.

Scritto con una certa luce, va letto con una certa luce e non a caso un grappolo di lampadine se ne sta vicino a lui.

Un uomo illumina una storia…

Il suo personaggio è un artigiano, che fa lampadine a mano.

Questo libro ha una luce, una velocità, un’idea di passo come danza. Ce lo svela l’autore.

Inizia a leggere: “Mentre camminava…” passo morbido che ti accompagna dentro le pagine.

Cesellatore delle parole, Baricco, architetto del bel costruire frasi e immagini. Nasce così la sua cattedrale di pensieri. Non così lontana dalla scuola Holden.

Non esiste di smettere…

Legge un altro capitolo e ci apre nuove prospettive, il personaggio principale che fa lo scrittore, decide di non scrivere più. E tutto sembrerebbe drammaticamente finito.

Ma le pagine sveleranno una nuova luce su una nuova strada al giusto tempo che tiene il ritmo tra parole e cuore.

Spesso ho riflettuto su seminare e su raccogliere…