martedì 10 febbraio 2009

Grigio Tokyo, bianco Kyoto













Yukuharu ya

tori naki uo no

me wa namida

-Basho-

Seguii con le dita la linea della grafia sulla tovaglia.

Aveva scritto l’haiku, più e più volte, con caratteri svolazzanti, da sembrare un curioso ricamo.

Yuko arrivò alle mie spalle, cingendomi la vita, mi voltai per salutarla.

Due occhi verdi, chiuso nel taglio a mandorla e i capelli raccolti sul capo.

Uno chignon.

Aveva una camicia a chimono, la carezza della seta la avvertivo sulle mani, sdrammatizzava il tutto con i jeans.

Si portò alla vetrata del suo appartamento, con le luci e i grattaceli sullo sfondo e quel clima nipponico non faticai ad immaginarmi in una serata a Tokyo.

“Allora, non ti manca l’Italia?” domandai.

Fece una smorfia arricciando il naso e mettendo in evidenza le labbra color ciliegia.

Sua madre era giapponese, suo padre un militare italiano trapiantato in America.

I suoi genitori si erano amati durante la guerra.

Ed erano morti poco dopo la sua nascita.

Era cresciuta con la nonna, in una piccolo paese delle Marche.

Non si sentiva italiana, non ricordava Tokyo, e New York le dava da vivere, artista di pagine patinate.

“Controllo la cena…” disse, lasciandomi il tempo per affondare lo sguardo nel suo appartamento.

La linea retta dei mobili, l’acciaio, il grigio, si andavano mescolando ai cuscini ammiccanti sul tappeto in foglie di banano intrecciato, ventagli raffiguranti dragoni e un bellissimo Kimono antico, leggermente bruciato in un angolo, sfuggito al fuoco della guerra.

Le radici aeree delle orchidee rappresentavano un giardino pensile sui lunghi divani bianchi.

Mi raggiunse il suono di una musica, di scacciapensieri.

Le candele brillavano nelle lanterne rosse.

Il piccolo terrazzo era stato chiuso dal gioco di vetrate e il pavimento era ricoperto di sabbia, sassi disposti con maestria sapiente, o curiosa indifferenza.

Il giardino di pensieri lavati via era fatto di sabbia e sassi.

Grigio Tokyo, bianco Kyoto

Yuko si era avvicinata, non l’avevo sentita, nonostante indossasse i geta di legno.

“La tua casa è un angolo di Giappone e volerla tenere viva qui, nella New York d’acciaio è un urlo al passato”

“No. L’oriente è silenzioso”

Non disse altro.

Ci sedemmo a tavola.

Involtini di sogliola all’arancia in salsa di lime e riso thailandese.

Il vino era italiano.

Le chiesi del kimono che indossava.

Era disegnato da un noto artista giapponese.

Il kimono è l’esemplificazione della perfezione di un modello che supera i confini temporali.

Se volessimo paragonare il kimono ad un’opera d’arte, allora sarebbe sicuramente un’opera pittorica.

Infatti i collezionisti possono sistemare il kimono ad una gruccia appendendolo ad una parete per ammirarne i colori.

Yuko camminava per la stanza, era un dipinto in movimento, le piccole cascate disegnate sembravano vere, nel frusciare di giovani passi e shantung di seta.

Il Kimono rappresenta l’orgoglio ed il simbolo di ogni donna giapponese ed indossarlo equivale a “vivere lo spirito del Giappone” e sentirne palpitare il cuore.

Presi in mano una forchetta, ne sentii il contatto metallico sulle labbra.

Grigio Tokyo, bianco Kyoto

C’era una foto del parco Odori, grande, troneggiava sola, su una parete.

Sapporo e le sculture di ghiaccio e neve, dragoni e castelli.

Una città delle regioni del nord, senza folla, le strade sono dritte e si incontrano ad angolo retto, al centro c’è il parco Odori.

Yuko era fotografata di spalle, il kimono bianco, percorso da piccoli disegni grigi.

Immagini di un calendario.

Haiku, un attimo di vita che diventa un verso.

Poi la neve scioglie.

E il parco diventa Maruyama, fioriscono i ciliegi.

Sulla parete opposta Yuko era avvolta da un kimono rosa pallido, legato da un obi rosso, il viso era la maschera perfetta di una geisha, le labbra,

ciliegie.

Un ombrello in carta di riso azzurro, percorso da piccoli draghi di giada.

Neve di petali.

Ciliegi in fiore.

Grigio Tokyo, bianco Kyoto

Yuko mi invitò a sedere sul divano, raccontandomi dell’ultimo viaggio, passando lo smalto sulle unghie dei piedi.

Lei è così.

A suo agio nei peggiori locali del Sud America, come in una mostra al MoMA.

Ti seduce con le parole, ti arriva nell’anima, si spoglia e si veste d’attrice.

Poi sbadiglia e ti dice che se vuoi… puoi restare.

Lo dice con quelle labbra, un cerchio rosso sul viso di ceramica.

E già c’è un taxi che mi aspetta.

Scendo, osservando i numeri dell’ascensore di un centinaio di piani e acciaio.

“La porto in albergo?”

“No, Chinatown, per favore”

Catapultato nelle vie che sanno di fritto e fumo.

Le insegne al neon.

Nuvole di drago.

Cineserie.

Lanterne rosse, a fare il verso alle case di piacere di Kyoto.

Geishe in morbidi kimono di poliestere.

Si spoglia troppo in fretta e consuma la mia voglia.

Occhi a mandorla.

Dragoni alle pareti.

Pago.

Non pago di niente.

Yoko aveva uno chignon alto sul capo.

Occhi verdi, chiusi nel taglio a mandorla.

La seduzione dei gesti, lo smalto blu sulle unghie dei piedi.

Non aveva risposto alla mia voglia.

O l’aveva creata ad arte.

Di un tempo tramontato per sempre.

Questione di punti di vista.

Uscendo notai bandierine giapponesi appese a un filo.

Sul rettangolo bianco un cerchio rosso.

Le labbra di Yuku.

In fondo cos’è un punto?

Una macchia su un foglio.

La maniglia della mia camera d’albergo e le tende bianche a chiudere fuori la notte.

Grigio Tokyo, bianco Kyoto.

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