venerdì 31 ottobre 2014
domenica 12 ottobre 2014
Parigi-Dakar, fermo posta hotel de Ville cap.1
Capitolo 1
Acqua
di mare
“La vita è fatta di scelte, noi siamo la somma delle nostre scelte, ma
c'è qualcuno che le compie prima di noi, non puoi scegliere quando nascere, non
puoi scegliere dove nascere, non puoi scegliere la tua famiglia, non puoi
neanche scegliere chi amare, ma puoi scegliere come amare”
Richard Cooper
I ricordi a volte hanno la
capacità di pararsi davanti agli occhi, improvvisi. Come una porta che credevi
di aver chiuso e invece forse era solo socchiusa, così dal filtrare di una
luce, il bisbigliare di una voce ti portano indietro, molto lontano, nel tempo.
Luca attraversò la piazzetta di
corsa fermandosi alla fontana per bere: avvicinò la bocca allo zampillo
sentendo la carezza fresca sulle labbra, sul mento e giù sul collo, lasciando
l’alone umido sulla polo chiara.
Come in un déjà-vu avvertì lo
stordimento di una giostra di cavalli che gira.
Che gira come in un carillon e
con te girano la piazza e le case e le facce della gente che non sai più dove
sei.
Tanto tempo prima.
Corse giù per Via Zanardelli tra le botteghe, i carrettini di pesce e il
chiacchiericcio delle donne sulle porte di casa, scivolò appena sulle chianche
umide davanti alla pescheria.
-Ma stai attento ’vuagliò, che ti spacchi la testa!-
Le case sfilavano strette nell’abbraccio dei tufi, poi la sera uno
zolfanello accendeva le finestre, quei momenti avevano il sapore delle
caramelle Valda nella vetrina sulla piazza e un gioco di biglie colorate.
Poi finalmente il suo campo visivo fu attraversato da un’immagine che
si sarebbe portato per sempre con sé: il porto, gli alberi delle barche, il
tintinnio delle sartie, il Faro, il campanile in angolo della Cattedrale.
Chinò il capo facendo il segno della croce.
Camminò lungo i pontili di legno che scricchiolavano sotto i suoi passi
leggeri di bambino, scalzo.
Lasciava a casa le scarpe per paura che gliele rubassero.
Poi lo vide.
Suo padre, scaricava una pesante cassetta di pesce, le squame
brillavano al sole che sembravano il tesoro nascosto di argenti di qualche
galeone affondato. Era alto, portava un cappello macchiato di ruggine calato
sul viso, a far ombra a quella pelle cotta di sole che tradiva striature di
sale, l’abbraccio del mare. La camicia aperta aveva uno strappo, di lato,
indossava sandali sbiaditi, faceva il pescatore.
Luca se ne stava seduto su un ceppo di legno da ormeggi, una bitta,
dove era legato Il Vecchio, quello era il nome della barca dove lavorava suo
padre.
Gli uomini andavano avanti e indietro scaricando il pescato, parlando
tra loro e scherzando, c’era odore di alghe e acqua di mare.
-Dì Luca, con quella maglietta bianca qui finisci a sporcarti-
L’apostrofò suo padre.
Lui fece spallucce e salì sulla barca, era umida e scivolò, ma l’uomo
lo afferrò saldamente, aveva le braccia forti e mani callose, ma quando
riparava le reti sembrava possedesse la maestria delle donne che lavoravano al
tombolo.
-Che hai imparato a scuola?- domandò lui.
-Le tabelline. Mi piace la matematica- rispose il bambino, e iniziò la
cantilena passando i numeri sulle dita.
-Ma dì un po’, alla tua età conti ancora sulle dita?- lo riprese suo
padre mollandogli uno scappellotto tra la nuca e il collo.
Luca rimase lì a massaggiarsi la parte dolorante, domandandosi se
davvero suo padre sapesse quanti anni aveva.
Suo padre era rimasto vedovo quando era piccolo, lui era cresciuto con
la nonna Lina che lavorava a servizio di una famiglia benestante, i Lambert.
Possedevano un palazzo nel cuore della città, e avevano accolto Luca
tra di loro, mangiava al loro tavolo servito dalla nonna che cucinava piatti
buonissimi.
Le torte poi erano la sua passione.
Lui crebbe così tra il Tennis Club e il porto, senza appartenere né
all’uno né all’altro mondo.
Saltò giù dalla barca, e notò con disappunto che si era sporcato la
maglia.
Mentre camminava lungo il porto incontrò Michele, era più grande di
lui, viveva in una casa angusta, era un teppistello.
Cercò di evitarlo, ma non sempre si è premiati nei buoni propositi.
Michele lo sfotteva perché sapeva di chi era figlio, ma arrivava al
porto sempre vestito bene.
-Guarda chi si vede, il damerino di Palazzo Lambert-
Michele non era solo con lui c’erano un paio di ragazzotti, uno scalzo,
l’altro con la maglietta piena di macchie.
Luca cercò di tirare dritto, ma iniziarono a spintonarlo e finì in una
rissa.
Uscì una donna tenendo una bacinella piena d’acqua e la lanciò verso il
gruppetto che si disperse.
Ora la sua bella polo chiara era un disastro.
Si incamminò verso casa, bagnato con qualche graffio e gli abiti in
disordine.
Entrò dalla cucina, sua nonna si voltò sorridente, ma immediatamente
mutò l’espressione del suo viso: -Luca, ma insomma cosa hai combinato? Sembra
che ti sia azzuffato con un cane- e così dicendo gli si avvicinò e con un lembo
del grembiule bianco gli pulì il viso.
-Ora sali su che ti preparo un bel bagno-
La sera aveva il respiro del mare che si agitava lontano come i sogni. In
pigiama, in ginocchio vicino al letto recitava le preghiere della sera.
Nonna Lina era il suo affetto più grande, lei gli insegnava le buone
maniere, lo riprendeva se sbagliava, lo aiutava nei compiti, e raccontava
storie.
Luoghi fantastici coloravano le pareti anonime della sua camera e mondi
paralleli si aprivano sulla dimensione della fiaba. Con lei andava al mercato,
in chiesa, a portare fiori al cimitero.
Non era ricca ma lasciava sempre qualche moneta ai mendicanti sui
gradini della Cattedrale.
O a volte dava piccoli pacchi con gli avanzi ai poveri che si
affacciavano alla porta della cucina.
Luca restava in silenzio, ascoltando il pianto dell’Ave Maria.
Poi la voce della nonna lo richiamava, e lui andava a giocare in
cortile.
Sua nonna, le ragnatele di rughe intorno agli occhi come reti per la
pesca, gli occhi piccoli, attenti dietro le lenti degli occhiali, i capelli
raccolti sul capo, grigi, d’argento, diceva Luca.
Nonna Lina aveva le mani svelte e con acqua e semola dava forma alla
pasta. Le sue mani, che sapevano accarezzare, consolare, mani callose, mani
dove le vene affioravano sulla pelle come la spina dorsale di qualche dinosauro
dimenticato. Come dimenticare il suo abbraccio che profumava di acqua di rose,
solo poche gocce dietro le orecchie. Un piccolo lusso.
Luca pensava a un tempo andato.
Quelle persone attraversavano la sua mente di bambino, senza fermarsi,
ma lasciavano un’impronta indelebile, che subito si sarebbe riconosciuta al
tocco discreto del ricordo, come la ruga sulla fronte di un amico. L’eco dolce
del tempo che trascorre.
“Iùne monde la lune…” (Uno: salta la luna)
Giocavano, lui ed Elena, segnando l’asfalto con i gessetti, a turno.
Di lei aveva un’immagine che custodiva con affetto, una foto di due
bambini paffutelli e seri, in seppia il ricordo.
A San Vito, dove c’era il monastero diroccato, sulla penisola di fronte
alla baia dei pescatori.
Trulli, muretti a secco, ulivi.
Elena portava i capelli lunghi in due trecce, e delle buffe scarpette
dalla punta tonda e lucida.
Seguiva Luca dappertutto, era il suo eroe.
Lo aspettava, seduta sugli scogli quando lui si tuffava a pescare i
ricci sul fondo.
Vedeva la sagoma dai contorni dilatati dell’acqua, nel gioco di luce
che creavano le onde.
Poi si salutavano, agli angoli delle strade ricamando brandelli di
memoria di un’infanzia che respirava l’odore del mare e giri in bicicletta
all’ombra degli ulivi che fremevano le loro foglie d’argento nei pomeriggi
assolati.
L’infanzia dal profumo di bimbi.
Fiori di campo stretti nelle loro mani incerte.
Una caramella succhiata a metà.
Notti a tratti svegliate da incubi e temporali
e mani buone a rimboccare le coperte, tessendo serena
la prima luce dell’alba.
Prima di mettere a letto due occhi scuri.
A volte Elena andava a palazzo Lambert, nonna Lina le dava un grembiule
bianco mentre lei impastava la semola per le orecchiette.
Era svelta e con le mani creava quel piccolo formato di pasta, i
bambini la osservavano ammirati.
Capitava che i fratelli Andrea e Marco Lambert portassero Luca con loro
al Tennis Club e lui guardava quel mondo che pareva appena sfiorare come una
bolla di sapone, quelle grandi, trasparenti come i sogni che si gonfiano
soffiando dentro l’asticella con l’anello.
Acqua e sapone. Luca era così.
E quel mondo sarebbe svanito non appena lui l’avesse sfiorato, così lo
guardava da fuori, restava nella cornice e osservava.
Dal buco della serratura.
Elena non ci aveva badato, gli voleva bene e basta.
Poi improvvisamente tutto cambiò, come capita al mare, in certi giorni
d’inverno.
Nonna Lina morì un giorno di Dicembre, lasciando cadere un manto di
gelo sul cuore di Luca, ma non era neve.
Dovette andare in collegio, si scontrò con una realtà violenta che
riaffiora oggi, dai racconti, lasciando trapelare la disperazione di luoghi di
tristezza, dove la fede e la religione venivano mistificate, nel nome di
un’educazione abbietta.
Spesso i bambini subivano punizioni ingiuste e ingiustificate, poco
affini ai valori proposti dall’ordine religioso.
Le suore vestivano di grigio, e quello era il colore dei giorni, tra un
Ave e una benedizione.
La madre superiora in particolare era severa e si accaniva su bambini
dal destino infelice.
Suor Ada.
Dava vita agli incubi dei bambini, aveva la piega sottile delle labbra,
mai increspate da un sorriso.
A chi capitava di bagnare il letto le punizioni assumevano il contorno
di violenze.
Spesso legati al letto, insultati e derisi all’ombra della croce, da
chi avrebbe dovuto proteggerli.
L’infanzia passata di là, il monastero degli orrori, la cattiveria di
adulti consacrati al nulla, perché nessun dio sarebbe mai entrato tra le mura
del monastero.
Ma questo certo le suore non lo sapevano.
Non erano gli anni per denunciare, era il tempo dell’omertà, di chi
finge di non vedere, di non sentire, in una qualunque provincia del profondo
sud, costeggiata dal mare, immersa nel verde degli ulivi.
Un altro Golgota, altre croci.
Luca osservava, soffriva e cresceva, rubando un po’ di blu al mare,
ogni volta che poteva.
Notti di fine anno passate da solo, a far scoppiare le miccette dei
petardi.
Aspettando di crescere.
-Luca? Stai bene? Sembra che hai
visto un fantasma.-
La voce di Elena lo riportò al
presente. La giostra non girava più, il posto era lo stesso, solo che lui non
era un bambino. Aveva fatto un viaggio nei ricordi.
Elena gli posò una mano sulla
spalla.
Lei era così. Il presente. Una
coperta posata sulle spalle la sera. Un abbraccio. Un porto sicuro.
Ma a volte quando cambia il
vento, all’improvviso, il mare si può alzare, diventare pericoloso.
La famiglia di Elena possedeva
una grande industria di marmi e pietre per arredamenti e Luca ne gestiva i
rapporti di marketing.
Quel viaggio in Kenya non era
solo una vacanza, lui avrebbe dovuto seguire alcune pose in opera per un Hotel
sulla costa, vicino a Malindi, e un’occasione per vivere la natura e l’Africa
con Elena e suo figlio Matteo, dieci anni. Erano gli anni in cui i safari in
Kenya andavano di moda, un nuovo modo per fare vacanza per la classe borghese
annoiata dei soliti lidi tra Sardegna e Costa Azzurra.
Il Kenya era ancora un avamposto
di libertà, di chilometri e chilometri fatti solo di natura lussureggiante,
animali, popolazioni incredibili, come i Masai così legati alla terra e alle
tradizioni.
Nascevano villaggi e alberghi
sulla costa, tra Mombasa e Malindi. I tetti makuti erano ardite cattedrali dal
sapore esotico, tra l’intreccio dei tronchi di legno e le foglie di palma
essiccate.
Diani era l’idea di fuga, Lamu
per quella generazione che aveva vissuto le contestazioni del ’68, era un posto
fuori dal mondo. Una sorta di Kathmandu dell’Africa.
Luca aveva sempre preso della
vita il lato dell’azzardo, il rischio, amava buttarsi in tutto quello che
faceva senza farsi domande, lui sapeva correre ai duecento all’ora
sull’autostrada della vita: voleva prendersi quello che credeva essere il suo
credito con il destino.
Così erano le corse in auto e la
Parigi Dakar, il suo gioco tra vita e morte. Luca aveva guidato una delle prime
Range Rover usate in quel massacrante percorso. Ancora non gli sembrava vero
che il direttore della Rover, Phil Popham, gli avesse proposto quella corsa.
Ecco, lui che non apparteneva né all’uno né all’altro mondo venne presentato,
da suo suocero Carmine, a Phil durante una festa del Tennis Club.
La prima fotografia del deserto
fu la mattina presto, il freddo che ti prende come una morsa e il silenzio
assordante del nulla tutto intorno.
Le auto erano state rinforzate e
modificate nel telaio e dotate di serbatoi aggiuntivi, per permettere le lunghe
traversate nel deserto.
La caratteristica di quella gara
sta nel contrasto: una civiltà di villaggi fatti di fango secco, si apre per un
istante su un mondo di modernità.
Gli iscritti alla corsa vengono a
conoscenza del percorso solo la notte prima della partenza di ogni singola tappa.
Questo alimenta il mistero, mette
i piloti a dura prova con se stessi e il destino.
Pioniere in tutto lo era anche lì
in Kenya.
L’Africa non si svela mai
completamente nuda davanti a nessuno.
Le maree si inseguono, lasciando
in secca i daho o portandoli in alto
mare gonfiando le vele latine, come le stagioni della vita.
I bambini corrono scalzi incontro
a un pallone e già le ombre coprono la spiaggia.
La frutta sulle bancarelle dei
mercati era una festa di colori per gli occhi.
I villaggi erano fatti di povere
capanne di paglia e fango, Elena portava Matteo in giro con una guida, il
bambino era curioso, faceva domande, gli piaceva quell’aria di libertà che
godeva in quel luogo.
Andarono anche a fare un safari e
gli animali li colpirono, così incredibili, branchi di zebre e placidi
elefanti, i leoni scovati nel bush e le scimmie, così dispettose.
La notte la Croce del Sud è
ancora la via da seguire.
L’uscita in barca a Pemba era un
fuori programma, una battuta di pesca d’altura con gli amici del Mnarani Club
di Kilifi.
Avrebbero dormito una notte
fuori, nelle tende da campo, come i primi esploratori dell’Africa.
Matteo rimase in albergo.
La giornata era chiara, e le
nuvole così basse da toccarle, un fenomeno tipico all’equatore.
Uscirono con l’alta marea.
Le mangrovie affondavano le loro
radici nel mare e il sale si posava sulle foglie come una carezza.
L’oceano Indiano vibrava di una
serie di colori tra l’azzurro e il verde.
Pemba è un’isola misteriosa,
verde e lussureggiante, il suo mare pescoso di pesce spada e marlin. È l’isola
dove nasce la magia nera, dove si narra che gli stregoni waganga incontrino gli
stregoni di Haiti.
La notte prima erano stati ospiti
di un piccolo villaggio. Le capanne fatte di fango e paglia, i bambini scalzi,
l’odore della carne di capra abbrustolita sul fuoco. Poi la musica ritmica dei
tamburi, un suono ritmico, quasi un richiamo che fece cadere in una specie di
trance la giovane che danzava vicino al fuoco. Da dove erano seduti Luca ed
Elena non si distingueva il volto della donna, si muoveva con l’eleganza delle
fiamme nel fuoco poco lontano. I tamburi aumentavano d’intensità, a un tratto
apparvero accanto a lei delle ombre.
-Cosa sono?- domandò Luca alla
guida.
-Le anime dei leopardi morte.-
Non ebbe tempo di terminare quella
frase che due leopardi sbucarono dal bush si fermarono vicino alla donna in
trance, quasi a far visita alle anime defunte, e fuggirono passando vicino a
Elena. Lei avvertì un brivido e afferrò il braccio di Luca, che si alzò in
piedi.
-Abbiamo visto abbastanza.- disse
risoluto alla guida. E si avviarono alla tenda. Con un misto di ansia sottile.
La giovane si fermò vicino al
fuoco e avvicinandosi al posto dove erano seduti Luca ed Elena posò una mano
sulla terra, scuotendo il capo.
Pescarono un marlin e due tonni
pinna gialla.
Elena amava il mare ed era una
buona nuotatrice.
Si tuffarono tutti. Solo lei si
attardò a risalire. Uno squalo poco più lungo di un metro l’aggredì ferendola
all’altezza della coscia. Urlò. Accadde tutto rapidamente, si tuffarono alcuni
amici con un fucile subacqueo e un ragazzo keniota con una lancia.
Lo squalo mollò la presa, ma
Elena perdeva molto sangue. La issarono a bordo, cercarono invano di fermare
l’emorragia. Si trattava dell’arteria femorale. Morì prima di tornare a terra.
Non perse conoscenza e tenne per
tutto il tempo la mano di Luca.
-Raccontami cosa vedi- disse.
-L’oceano, Elena, e giù lontano
le palme, resisti-
Lei sorrideva, si fidava di lui.
Se ne andò così, con lo specchio
del cielo riflesso nei suoi occhi e l’immagine del mare e delle palme, lo
sguardo di lui regalatole con le parole.
-Matteo- fu l’ultimo pensiero, il
suo bambino.
Luca la tenne stretta a sé, il
sangue colava sulle sue gambe.
Elena, i lunghi capelli biondi, i
tratti gentili. Accettava Luca per quello che era, avvertiva quel sottile
desiderio di fuggire, quel sentirsi inadeguato in tante situazioni, e lo
lasciava andare, sempre. Perché sapeva che sarebbe tornato: lei era il suo
porto, la sua amica, la sua confidente.
Sembrava impossibile che ora
fosse lei a lasciarlo, senza “ma” e senza “se”, una scelta inappellabile.
-Signor Borghese- il giovane
ragazzo keniota scrollò la testa, con lo sguardo commosso di chi sa che quello
è il cerchio della vita, che ha un suo disegno, anche se ci sembra oscuro e
inaccettabile.
In Africa più che in altri posti la morte è
parte della vita. Tutto procede secondo un suo ordine logico.
Il leone prederà la gazzella e
quando il leone morirà si farà terra dove crescerà l’erba che sfamerà la
gazzella.
Ma questo per Luca non era una
consolazione, la vita gli aveva portato via quell’affetto così grande, la vita
così avara nel tempo, quella vita che non gli aveva mai regalato nulla.
Pole (piano) dicevano i kenioti a Luca: in quell’intimo senso di pietas, inteso come “io soffro con te”.
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Cristina
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Etichette: Romanzo Parigi-Dakar
domenica 5 ottobre 2014
Parigi-Dakar, fermo posta Hotel de Ville - Antefatto
Edizioni R.E.I.
Cristina Cardone
lacrimediluna3@gmail.com
Parigi - Dakar
Fermo
posta hotel de Ville
ISBN: 978-88-97362-90-6
Copyright: 2012 - Edizioni
R.E.I.
Progetto
grafico: Max Rambaldi
Stampa: Digital Team - Fano
Questo
libro è un’opera di fantasia. Nomi, luoghi e avvenimenti sono da considerarsi
il prodotto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo fittizio.
Qualunque riferimento a persone e cose è pertanto puramente casuale.
Cristina Cardone
Parigi - Dakar
Fermo posta Hotel de Ville
quando attraverserai il deserto fidati
solo della bussola,
ma di nessun altro.
Edizioni R.E.I.
Biglietto lasciato prima di non andare via
di Giorgio Caproni:
“Se non dovessi tornare
sappiate che non sono mai partito
il mio viaggiare è stato tutto un restare qua,
dove non fui mai”
Cerchiamo di esserci, da qualche
parte
Hanno scritto fiumi straripanti di parole sull’amore.
Gli Amanti sono un’altra cosa (al di là dell’immagine dei Tarocchi).
Ci sono storie che si raccontano, così che in molti possano condividere
sospiri ed esperienze, condite da dolore e a volte, raramente, da un po’ di
felicità.
Tratti di vita di persone incontrate, apparentemente così normali da
sfiorare la banalità.
Scrivere di qualcuno o di qualcosa della sua vita che ci ha colpito non
è facile, si rischia di limitarsi ad annotare una serie di eventi, di
sensazioni, smarrendo il senso del viaggio.
Ho percorso tanti chilometri a piedi, in aereo, con il treno.
Viaggi lunghi, in luoghi dimenticati da Dio, dove la povertà ha rubato
le scarpe, ha ferito la pelle, posti dove non c’è campo per i cellulari. Dove
la carta di credito è solo un pezzo di plastica.
Ho conosciuto volti dalla pelle cioccolato, ho ascoltato il cantilenare
dei muezzin, la sera, chiamare dalle moschee che oggi la guerra ha cancellato.
Vive solo nei miei ricordi.
Conservo l’immagine del cielo curvo all’equatore, delle piantagioni di
caffé in Kenya e di quelle di canna da zucchero ai Carabi.
Seppellimmo la luna nei nostri bicchieri di rum.
Le strade dei suk, affollate, l’aroma della melassa bruciata che si
sprigionava dolciastro dai narghilé, centinaia di nodi per i tappeti a legare
per un po’ il mio pensiero.
La polvere da lavare via la sera, rossa come il deserto, percorrendo
gli ultimi 80 Km della Parigi-Dakar.
Bianco e blu il duetto che suonava un sirtaki in Grecia.
Le Piramidi e il mito di Atlantide, i Carabi e la voce di Hemingway.
Le capitali.
Parigi e New York.
Per innamorarsi e per viverci.
Così ho deciso di raccontare una storia che è un viaggio.
Parigi-Dakar
Se alla fine di pericoli e posti dimenticati, di assenza e di comodità,
di paura e solitudine si troverà la via per tornare a casa, forse vorrà dire
che c’è una medicina.
Che cura l’amore.
Un giorno ho domandato se l’amore è una malattia, si guarisce?
Mi hanno risposto che è una lunga convalescenza.
Essere amanti è come una malattia. Se non muori (e d’amore non si
muore) la curi tutta la vita, come la malaria.
La felicità sta nell’equazione di presente moltiplicato per la
bellezza, fratto tempo.
Fratto tempo.
Se si elimina la variabile del processo storico del tempo, passando da
diacronico a sincronico si è immortali.
Il breve attimo della felicità.
E allora che importa se lo si è anche solo per due ore, per il tempo di
un caffè, caffè lungo.
Darsi tutto se stessi. Le paure, le gioie, la rabbia, l’amore. Senza
vincoli. La fedeltà non è un chador. Si può essere fedeli a un’amante?
L’alternativa è niente. Non è tutto.
Allora bisogna eliminare tutto il superfluo. Lasciare tracce così
flebili, come sulla sabbia, che il vento stesso può cancellare... E tornare a
Eden. Un uomo. Una donna. E poi la strada, le miglia della Parigi-Dakar.
Questa strada ideale che attraversa l’Africa del nord, partendo dalla
città affascinante per eccellenza, compie un percorso di vita, che si incontra
con la magia, con il dolore, cercando risposte.
Cercare è già un buon inizio.
Non è detto che si possa anche trovare.
Parigi vive di un’atmosfera quasi evanescente, andata.
E la si riscopre sempre diversa, a ogni ritorno.
Come la moda.
E’ l’alcova perfetta per gli Amanti.
Forse anche per quelli dei Tarocchi.
Il credo di Thierry Sabine, padre della Parigi
Dakar:
"Una sfida per quanti
partecipano. Un sogno per quanti stanno a guardare".
L'Africa era ed è un continente dai mille contrasti, un luogo
fantastico su cui molte persone hanno sognato e sogneranno ancora,
attraversandolo, anche solo sulle pagine di un libro.
Per una promessa fatta
Jésus tombe la 3eme fois
Antefatto
Chiodi
di garofano
“Le cose si ottengono quando non si desiderano più”
Cesare Pavese
Il rumore del mattino camminava
sui marciapiedi, con tacchi alti e passi decisi, l’aroma del caffè di
Starbacks, portato a spasso insieme al Times le arrivava a onde trasparenti,
pesanti come l’assenza.
Viola sbadigliò, aveva dormito
poche ore, in aereo, e ora subiva gli effetti del jet-lag. E un vago senso di
nausea.
Ripensò al volo di quella notte,
al primo viaggio con “lui” o forse l’ultimo, anche se in un libro, anche se
dentro di lei.
Appoggiò una mano sulla pancia.
Era partita da Zurigo, facendo quello che lui le aveva chiesto.
Accarezzava con l’indice il dorso
delle mani in copertina: tenevano una sigaretta a metà, appoggiate su un
velluto rosso, stropicciato.
Avevano girato il mondo, in senso
inverso, in tempi diversi, scrivendo messaggi su laconiche cartoline, le labbra
sui francobolli.
Certi baci di colla e saliva.
Quello curiosamente era il primo
viaggio insieme, divisi inesorabilmente dalla vita, lui ora era dentro di lei.
Prese i biglietti alla
macchinetta elettronica, faceva caldo a Grand Central Station, scese la scala
mobile e si fermò in direzione down town.
C’era un miscuglio di razze e
volti, vuoti sociali da condividere, ventiquattrore, telefoni che squillavano,
inchiostro di giornale a macchiare le giacche chiare, completi gessati, jeans a
vita bassa, ombelichi scoperti.
Poi un rumore lontano, la massa
d’aria che si sposta, scompiglia i capelli, arriva il lungo verme della grande
Mela apre le sue porte e dietro ai vetri un po’opachi riparte.
Le stazioni lampeggiavano con la
lucina rossa.
Scese a Battery Park.
Respirò l’aria fresca che
arrivava dall’oceano mentre si schermava il sole con una mano raccogliendo
nello sguardo Liberty Island e la sua statua.
Si avviò verso Morris Street mentre
gli ambulanti spiegavano le magliette con la scritta I LOVE NY.
Philippe stava passeggiando
davanti a Trinity Church, alzando lo sguardo dal suo orologio d’oro la vide:
scarpe e borsa italiana, così come gli occhiali, solo una fascia nei capelli a
ricordare un vezzo americano, come certe istantanee in bianco e nero di Jackye O.
-Ben arrivata- la salutò
abbracciandola. E sfiorandole le guance con un paio di baci.
Viola sorrise, ogni tanto
dimenticava che Philippe era francese e lo era anche il suo modo di fare,
nonostante vivesse in America da anni.
Lei lo prese sottobraccio e si
incamminarono verso il suo ufficio.
Tra gli ultimi piani di un
imponente grattacielo, osservò lei guardando il numero salire sul display
dell’ascensore.
Tappezzerie semplici, moquettes
chiare, divani comodi e ampie vetrate dove il rumore restava fuori.
-Bene, allora vogliamo parlare
del tuo libro?- iniziò con finto disinteresse Philippe prendendo una sigaretta
dal pacchetto per poi posarla sulla scrivania.
Era vietato fumare, ma lui non
riusciva a smettere.
-Vedo che non perdi tempo, bene
così avrò qualche ora per un giro a Manatthan- disse Viola.
-Curioso, non pensavo fossi una
patita della Quinta strada che con il dollaro in perdita pensa di fare buoni
affari-
-No. Infatti. Preferisco la Terza
e una passeggiata sull’East River-
-Ho letto il manoscritto, se vuoi
che lo pubblichi l’Olympia Press facciamo a metà con i diritti d’autore-
-Stai scherzando?-
-È un giro d’affari, io sono il
socio di maggioranza, e il nipote di Pierre, caro amico dell’editore
dell’Olympia tu vuoi quella casa editrice ed io sono il mezzo per raggiungerla,
allora dato che non verresti in crociera con me alle Bahamas… oh non fare
quella faccia, nessuno dà niente per niente-
-Vedo che negli anni non sei
cambiato affatto, ma se sono qua è perché tu mi devi qualcosa-
Viola detestava scendere a
compromessi.
Avevano lavorato insieme, avevano
diviso la gioia, barattato la felicità con il successo, moltiplicato gli
inganni.
Lui le aveva rubato l’articolo,
ma in fondo non era rubare, stavano insieme, l’aveva preso in prestito, o forse
era geloso di quel pilota, era passato tanto tempo, lei non poteva ancora
covare rancore. O forse sì.
Erano giornalisti e della specie
peggiore, d’assalto.
Si sarebbero sbranati come leoni.
Meglio non rischiare.
-Voglio il venti per cento sui
diritti- disse calma.
-Il dieci- ribattè lui passandosi
nervosamente una mano nei capelli.
-Il quindici, e voglio essere
presente per i lavori di traduzione-
-Ma tu stai scherzando? In questo
modo offendi tutto il team, cosa credi che abbiamo degli sbarbatelli freschi di
laurea? E del quindici per cento non posso prometterti niente.-
-Scriverai tu una lettera per
Monsieur Pierre?-
-Sì invierò una mail. Quando
pensi di essere a Parigi?-
-Al più tardi venerdì.-
Quando uscì l’aria era cambiata e
una pioggia sottile aveva fatto fiorire gli ombrelli.
Era stata a New York per un
articolo sulla nuova catena di Eataly, che avrebbe aperto una sede vicino al
Flat-Iron, piccoli tesori della cucina italiana nel cuore di Manatthan, per gli
immigrati nostalgici e per gli innamorati della cucina mediterranea.
Il tempo era scivolato via veloce
doveva rientrare in Europa.
L’oceano era buio sotto di lei
quando appoggiò la testa al finestrino dell’aereo vedendo la sua immagine
riflessa: per la prima volta si vide vecchia.
Dopo otto ore sorvolava la
Francia in atterraggio.
La Senna quel giorno era vestita
di sole, i venti di caduta avevano pulito il cielo trattenendo lontani i cirri
altissimi.
Da l’Île si vedeva il bronzeo intreccio
della Tour Eiffel.
Socchiuse gli occhi quasi a
scorrere una guida per turisti, vide una bottega all’angolo, due secoli prima
Claude Audran disegnava arazzi per i Savoia.
Due o tre secoli fa.
Viola portava sulle lenti scure
degli occhiali il riverbero accecante del sole, aveva il viso arrossato, la
gonna corta a scoprire le gambe magre.
Il vecchio rabbino inglese
restava ad appassire sulle panchine dei Jardins
du Luxembourg, all’uscita della metropolitana e dio era avanzo di rosari pochi metri più in là.
Nessun altare su cui pregare.
Monsieur Pierre le andò incontro
sorridendo.
Camminarono a lungo per i viali
pieni di gente.
Poi sedettero a un bistrot, lui
ordinò per lei, vino italiano.
-Viola, tu sbagliasti a lasciare
il giornale, per cosa poi? Proteggere Philippe? Per quell’articolo sul pilota
della Parigi Dakar?-
Forse lui sapeva.
-No, per proteggere me-
Pierre sorrise.
-Dammi il manoscritto, lo
leggerò, ti farò le dovute critiche. E non posso prometterti il quindici per
cento ma se vorrai, qui a Parigi collaborerai con il mio staff per la
traduzione. Poi parlerò con l’editore di Olympia, è un mio vecchio amico-
Viola tirò fuori dalla borsa la
bozza del libro.
Pierre osservò la copertina.
-Una bella fotografia. Quante
cose possono fare due mani-
-Anche un domani- disse lei
inseguendo un pensiero.
Quella sera faceva caldo, anche
se la giornata era ormai un avanzo d’autunno.
Pierre prese la pipa e andò a
sedersi sul terrazzo aspirando l’odore di tabacco francese e gelsomini di
Grasse che sua moglie Lora coltivava con passione, insieme ad altri fiori.
Prese il libro di Viola, osservò ancora quelle mani, poi iniziò a leggere.
Una pagina dopo l’altra.
Pubblicato da
Cristina
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Etichette: Romanzo Parigi-Dakar
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