venerdì 4 giugno 2010

Daiquiri a Mallory Square. Aperitivo al tramonto



I Caraibi sono il rifugio che preferisco. Un paio d’ore di strada da Miami per essere alle Keys.

Già, le porte.

Key West mi accoglie con la lentezza tipica delle terre del sud, i commercianti davanti ai loro negozi, i locali affollati di turisti, e il mare sempre vicino. Verde smeraldo come certi acquarelli che ti vendono i pittori naif. Giù alla spiaggia.

E là che sto andando, l’orizzonte si sta tingendo di arancio, sfumando via via verso il quarto di cielo ancora azzurro. Ma qui la notte cala presto, un taglio netto dalla luce al buio.

A Mallory Square c’è sempre gente. Soprattutto a quest’ora. Lo hanno trasformato in una specie di raduno. Non c’è mai bassa stagione. Vengono qui al calar del sole anche se piove. Applaudire il sole che affoga tra le onde è un cimelio da portarsi a casa, al pari delle magliette dell’Hard Rock Cafè.

Ci sono i turisti giapponesi che fotografano tutto, gli intellettuali con in tasca il biglietto stropicciato per la visita alla casa di Hemingway. Insomma un caleidoscopio di persone, anime, con i loro bagagli di pensieri, di stanchezza, di ricordi.

Mi piace venire qui, staccare dalla città, dall’acciaio e dal cemento del mio ufficio che mi costringe in giacca e cravatta ai 22 gradi stabili del climatizzatore, quando fuori i ragazzi si sfidano sul surf.

Mi siedo in un angolo in disparte, non ho bisogno di vedere, so già, conosco quell’attimo in cui il sole viene inghiottito dall’oceano e tutto intorno si fa oro e arancio e rosso.

Socchiudo gli occhi con le gambe a penzoloni sull’acqua.

“Ma come fa a guardare il tramonto con gli occhi chiusi?”

Non mi ero accorto della sua presenza, si era avvicinata silenziosa. Certo che scocciatrice, con tanto posto proprio qui doveva mettersi?

Aprii gli occhi inquadrandola nel mio sguardo, era scalza, teneva stretto a sé un telo da mare, aveva nuotato, sicuramente. Certo che si viene a fare ai Caraibi? Aveva i capelli ancora umidi che scendevano da uno chignon improvvisato, carota. Sì il colore dei suoi capelli mi ricordava le carote. Una gonna lunga arrivava ai piedi e una maglietta sbiadita non nascondeva le macchie del costume bagnato.

“Posso?” mi domandò indicando con la mano il lembo di molo.

“Non penso sia riservato, prego” le dissi. Sperando che una volta seduta mi avrebbe lasciato solo con i miei pensieri. Con quelli ero venuto per il week-end.

“Allora perché stava con gli occhi chiusi? Non è una meraviglia questo tramonto”

Ecco, mai fidarsi di una con i capelli carota avrebbe detto mia nonna, troppo chiacchierone, troppo allegre, troppo.

“Stavo pensando. E poi vedo questo tramonto da un sacco di tempo ormai”

“Ah, che meraviglia. Abita qui?”

“Più o meno. Vivo a Miami, vengo qui nel week-end”

“È fortunato sa. C’è gente che potrà vedere questo spettacolo una sola volta, o che ha lavorato duramente per permettersi questo viaggio”

Non ci avevo mai pensato. Al fatto che fossi fortunato. Ma si sa ognuno il suo bicchiere lo vede con i suoi occhi. Il mio mi sembrava sempre mezzo vuoto.

La vidi frugare nella borsa, tirò fuori due bicchieri di plastica e una bottiglietta di aperitivo.

Non ci posso credere, pensai. Aggrottando la fronte. Lei se ne accorse. Sorrise.

“Scusa, sai, penserai che sono una scocciatrice. Mia nonna lo dice sempre che chiacchiero troppo e che a volte alla gente non va di starmi a sentire”

Ecco sua nonna sarebbe andata d’accordo con mia nonna.

Aprì la bottiglietta e ne versò il contenuto nei bicchieri. Me ne porse uno.

“Grazie” mi sorpresi a rispondere. E fui sorpreso anche di avere sete, sentivo la gola secca e non era solo per il calore.

La guardai meglio, aveva un bel taglio del viso e gli occhi erano chiari, la pelle era macchiata di rosso, come chi non conosce gli effetti del sole di quaggiù. Aveva un brillantino al naso che luccicava quando si girava verso il sole.

Mi parlò dei suoi viaggi, dei posti un cui era stata, per lavoro o per passione.

Aveva un modo i parlare che mi piaceva.

Si fermò solo quando il sole toccò l’oceano. Non applaudì. Il vento le faceva muovere le ciocche di capelli intorno al viso. Mi riscoprii a pensare che potevo essere ovunque. Su un lembo d’Africa, o nelle terre d’oriente, in un’isola, o nel deserto. Mi girava la testa.

“Scusa, ti ho annoiato”

“No, parlami ancora”

La luce sfumò a poco a poco.

Ce ne andammo che il cielo si vestiva di scuro.

Le tesi le mani per aiutarla ad alzarsi. E tenni la sua mano nella mia mentre camminavamo per Duval Street.

Dormii con lei quella notte. E la mappa del suo corpo rimase tra le lenzuola stropicciate.

Con lei camminai sul sentiero per Santiago, divisi una notte a Parigi.

Ogni tanto mi squilla il telefono e mi propone un viaggio. È la mia bussola. Cerca il nord. Dice.

Io non so cosa sto cercando.

Abbasso il finestrino della mia auto, l’aria del mare mi avvolge. È venerdì sto andando alle Keys.

A vedere il tramonto.

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