mercoledì 5 maggio 2010

L’isola grande



L’isola grande stava sotto la carezza degli alisei, un quadro naif il mare color carta da zucchero, le barche pastello, da sembrare irreali, o al più un bellissimo acquerello.

La pioggia si faceva coperta leggera e teneva la gente in casa, così le sue strade erano deserte, bagnate di onde trasparenti e rintocchi di gocce. Un canto nuovo, ritmo sull’ombrello, al tempo con i tacchi. La senti? È la pioggia che sale dal mare e profuma di salsedine e di legna bruciata.

L’isola grande si raccoglie intorno alla sua piazza, le luci per la festa, i tavoli dei caffé all’aperto, vuoti. Come se tutti fossero presi da mille impegni, come l’ora della siesta, come quando un acquazzone ti sorprende e svuota le vie.

Leone se ne stava accucciato sotto la tettoia di un ristornante. Sonnecchiava.

Viola aveva l’orlo dei pantaloni intriso d’acqua e la pioggia le bagnava i piedi nudi, ma la pioggia d’estate non è mai fredda. Il cuore accordato con un diapason di un maestro d’orchestra maldestro e sbadato.

Lui stava nel suo studio. In fondo al molo.

Gli aerei atterravano, si sentiva il rumore dei motori. Quando si atterra le isole sottovento non sono altro che una manciata di scogli, perle annerite dal tempo. L’isola grande aveva la sagoma familiare di una tartaruga.

Pioveva. Ancora. Lavando via ricordi e malinconie dalle corolle chiuse degli ibischi.

Camminava sotto la pioggia che le si faceva compagna nella sua cantilena. La sua vita vergata fitta, in un passato prossimo. Che non sapeva mai se lui tornava o andava.

Lo studi stava in penombra, le finestre bagnate di pioggia e di mare, lacrimavano una vecchia canzone, la foto in cornice di un viaggio in Africa, aveva fermato un attimo, di terra rossa e elefanti a Tsavo. Tanto tempo prima.

Lui la accolse nel suo abbraccio, respirando l’umidità degli abiti e il suo profumo. Come al Café de Paris, quell’inverno che aspettava già Natale.

Stavano così, fermi al centro della stanza, lui le accarezzava la schiena, chiusi in una bolla, solo lo scroscio della pioggia sul molo che ora crepitava fitta, confondendo i contorni delle baracche sulla sabbia, delle barche, del paese in lontananza.

Pioveva forte sul molo, crepitando sulle tettoie. Ancora.

E il mondo si era come fermato.

Solo l’intreccio di mani in penombra disegnava la voglia di labbra cercarsi.

Un acquazzone si rovesciava per le vie.

Mentre l’ombrello se ne stava appoggiato fuori, sulla veranda. Chiuso.

Come gli ibischi delle aiuole della piazza.

L’isola grande respirava l’abbraccio degli alisei.

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