lunedì 21 marzo 2011

Nakupenda wewe


Ai giorni nei grandi parchi

“Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova distesa sul suo dorso;

degli aratri nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè.

Ma l’Africa conosce il mio canto?

L’aria sulla pianura fremerà un colore che io ho avuto su di me?

E i bambini inventeranno un gioco dove ci sia il mio nome?

O la luna piena farà un’ombra sulla ghiaia del viale che mi assomigli?

E le aquile, sulle colline Ngong, guarderanno se ci sono?” da: Out of Africa

La pioggia era caduta incessante dalla notte prima, allagando le strade e i giardini.

I fiori di ibisco alzavano i loro calici per un ultimo brindisi, prima che le corolle rovinassero a terra.

Il grande baobab se ne stava là, gigante buono del mio giardino, con la sua corteccia ruvida e i tagli nel tronco, le tane degli animali, degli uccelli, e nella cultura animista africana sono tasche di un dio dove rigenerarsi.

E quando i giorni pesavano come nuvole gravide di pioggia nel cielo di Mombasa anche io appoggiavo le mie mani in quelle “tasche” del mio albero in giardino. Indovinando la risposta quando il vento che fremeva da nord mi invitava al silenzio, parlava d’amore se spirava da sud. Era foriero di notizie da est e da ovest mi invitava ad ascoltare la voce dei morti. Il nostro vicino passare.

Le previsioni meteo non erano buone, erano iniziate le grandi piogge, quelle per cui l’Africa si trasforma e lo stesso paesaggio si fa mutevole e ti prende quel sottile dolore alla bocca dello stomaco quando sei lontano: il mal d’Africa.

I bambini disegnano sul grande tavolo e il loro parlare tiene compagnia ai miei pensieri.

“Hai la pioggia negli occhi”, dice uno di loro.

Mi viene incontro un ricordo, bagnato di pioggia, nel Masai Mara. Il viso rigato di lacrime d’Africa, procediamo a piedi, in una fila ordinata, l’askari davanti tiene sollevato un fucile.

L’erba alta un metro mi avvolge le gambe con una ruvida carezza, si scivola, si sale a fatica lungo il pendio, a pochi metri da noi placidi rinoceronti bianchi brucano.

Piove, il tergicristalli della jeep ipnotizzava gli occhi scorrendo ritmico sul parabrezza.

Respiro il profumo della terra bagnata, della salvia e della menta selvatica, respiro l’Africa e in ogni cespuglio c’è un palpito di vita: il frinire monotono delle cicale, il laborioso volteggiare delle api, instancabili tra i fiori.

Dopo la pioggia sbocciano grappoli di fiori sconosciuti, grandi con petali viola, simili ad ali di farfalle o piccoli miracoli rosa, gialli, arancioni, nell’erba verde.

Mi riscuoto dai pensieri e guardo il mio giardino dalla veranda di questa casa, ascolto, l’Africa mi parla, mi tende i rami spinosi delle acacie, mi afferra e non mi lascia andare.

“Quando la pioggia finisce, possiamo dormire in tenda in giardino? Come facciamo a Tsavo?”

Guardo i bambini e sorrido.

“Vedremo” rispondo.

“E dai devi prometterlo” insistono.

I giorni di Tsavo. Li ricordi i giorni di Tsavo? Le promesse non mantenute. Scappare da se stessi, perché mantenerle sarebbe stato soffrire. Pensavo. Così credevo. Poi tu conoscevi le piste, sapevi le vie percorse, al tramonto mi hai insegnato la via per tornare al campo.

Una civetta appollaiata tra i rami di un’acacia ci osserva sospettosa e lancia il suo canto nella penombra, annuncia che la notte è vicina, si desteranno i grandi predatori, felini silenziosi, creature nate per la caccia e domani un’impala o una zebra non vedranno il sorgere del sole.

È la legge della natura per non morire di fame.

Quando un vecchio leone soccomberà e i suoi resti si mescoleranno alla terra, germoglierà erba verde per zebre e impala: è il grande gioco della vita, nessuna regola, se non sopravvivere.

Chiudevamo la cerniera della tenda. Nella credenza swahili la cerniera chiude idealmente la mente all’interno del cuore.

I bambini vogliono vedere le grandi lumache che escono dopo la pioggia.

Sta imbrunendo. Alzo lo sguardo e vedo le luci di segnalazione di un aereo, probabilmente diretto in Europa. Quante volte mi soffermo a pensare a quanti vengono in questa terra e sono suoi figli, per un po’, poi se ne tornano. Con grandi storie da raccontare. E quel cielo così curvo all’equatore che pare di sfiorare le nuvole con le dita.

“Possiamo portarne una in casa?”

Il mio sguardo severo li zittisce.

“E uff, viviamo in Kenya e non possiamo tenere un babbuino o un leopardo”

“Certo, e un elefante no?” domando.

Si sta alzando il vento. Soffia da est. Porta notizie.

Sarà che nella lettera mio fratello mi informava che a fine settimana tornate.

Avrò tante cose da raccontarti.

E spero non ci sia una grossa lumaca nella nostra cucina.

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