sabato 29 giugno 2013

In Frave




“La casa la fece costruire il Gran Masten alla fine del Settecento quando divenne un particulare, qualcuno che aveva terra di suo, buoi, mucche, galline e conigli e tante moggia da avere bisogno di altre braccia.
(…) la lunga sequenza di stanze una appresso all’altra. Una costruzione a due piani più il granaio dalle finestre schiacciate a diretto contatto con il tetto, il fienile e le stalle si allungavano di fianco fino ad arrivare alla strada.”

Rosetta Loy, Le strade di polvere

La telefonata arriva nel primo pomeriggio a interrompere il nulla che le ore di afa costringono a una siesta forzata, le pale del ventilatore a soffitto giravano l’aria e il vecchio pendolo scandiva lo scorrere del tempo.
-Cugina!-
-Robertino? Che sorpresa.-
-Solo tu ormai mi chiami Robertino.-
-Dai, che mi telefoni solo per sentirmelo dire. Che mi racconti?-
-Ho comprato l’ultima quota del casale in Frave, ora è mio, voglio ristrutturarlo e farne un agriturismo.-
-Me lo faresti rivedere prima di iniziare i lavori?-
-Quando vuoi.-
-C’è ancora la fermata del treno a Sant’Anna?-
Ride.
-Sì.-
-Domani pomeriggio? Mi vieni a prendere alla stazione?-
-Sarò lì.-

La campagna mi scorre dal finestrino, assolata di grano da mietere e vigne, colline dolci e terra bianca di tufo.
Il treno si ferma in una piccolissima stazione di mattoni rossi con le finestre sbarrate e i vetri rotti, come bocche spalancate e un urlo appeso a un quadro. Tutto è immobile, solo il frinire delle cicale, il lontano abbaiare di un cane e questa locomotiva ferma, come in un libro di Baricco.
Robertino è appoggiato alla portiera della sua auto con le braccia conserte, gli occhiali da sole, le maniche della camicia arrotolate al gomito e i pantaloni scuri. Mi viene incontro sorridendo. Ci abbracciamo.
L’auto lascia presto la strada asfaltata per imboccare il vicolo di sabbia e polvere che attraversa la campagna. I pilastri del grande cancello con i battenti aperti, avvolti dai rovi e dall’edera, ci accolgono.
“In Frave” ha resistito la scritta in pietra.
Ci fermiamo nel grande cortile. Oggi la casa mi sembra più piccola, o forse siamo noi che siamo cresciuti. Il grande tetto spiovente copre tutto il cortile interno e la balconata del primo piano, la pantalera. Il pozzo con il secchio arrugginito sulla destra, il fienile, le stalle, poi la grande vigna.
Robertino prende le chiavi dal cruscotto.
“Topo, topolino…dov’è la chiave?
Sotto il trave.
E il chiavino?
Sotto il cuscino”
Usciamo nel sole, le nostre ombre ci seguono docili. Quando apre la porta i ricordi ci vengono incontro e nessuno dei due parla, un nodo stringe la gola mentre attraversiamo le stanze che si aprono una dentro l’altra, come un caleidoscopio chiaro-scuro di ombre. I nostri passi sono l’unico rumore, insieme al tubare delle tortore.
La grande cucina, il camino, e con gli occhi dei ricordi riempiamo i vuoti rimettendo a posto i mobili che non ci sono più, come in una casa delle bambole.
Ecco il tavolo e le sedie, dove si sedevano i grandi, la porta della cantina che odorava di muffa e di vino, nonno pipa seduto con una coperta sulle ginocchia. Chissà perché i vecchi hanno sempre freddo, anche d’estate.
Saliamo la scala che porta al piano di sopra, il lungo corridoio che percorrevano di corsa, perché avevamo paura che qualche “mostro”, della nostra fantasia bambina, tirasse fuori una mano da quei mobili scuri e ci afferrasse.
Ricordo la punta bianca delle mie scarpette con il fiocco blu, e una gonna rotonda, come la corolla rovesciata di certi fiori di campo.
Usciamo sul balcone.
-Vedi, laggiù vorrei fare la piscina.- dice a un tratto Robertino, strappandomi ai ricordi.
-Certo avrai da fare molti lavori.-
-Lo so. Ma queste vecchie case se non ricevono manutenzione poi finisce che l’odio le butta giù.-
E so a cosa si riferisce. A beghe di eredità, di una casa frazionata come un puzzle, a eredi che non vogliono vendere, a case che alla fine crollano.
-Come sta tua sorella?- domando.
-La cura che hanno provato a Grenoble pare arresti per un po’ la malattia. Ma è un processo degenerativo.-
-Lei ti ha venduto la sua quota?-
-Sì. Avevo già la maggioranza della proprietà, dopo la morte dello zio, non le conveniva farmi la guerra.-
E penso alla tristezza di certi funerali che facciamo per i vivi, ai rami tagliati dell’albero genealogico come il reattivo del’albero di Karl Koch.
-E tu? Come stai?- mi chiede.
-Sto bene.-
Lo guardo, mi guardo, le rughe che accarezzano gli angoli degli occhi, come chi è sopravvissuto a una pestilenza, portavamo addosso le cicatrici della vita, come bolle di vaiolo.
Poi scendiamo e tira fuori dalla ventiquattro ore i progetti di come verrà quel B&B che affaccia sulle Langhe.
-Ti va un caffè?- mi chiede.
Annuisco.
Risaliamo in auto e mentre ci allontaniamo il vecchio casale si fa piccolo nello specchietto retrovisore, fino a scomparire, l’ultima immagine che mi balena dalla porta dei ricordi è dei grandi che ballano nell’aia, una festa di matrimonio e noi bambini che giochiamo a nascondino.
Le cose più belle, le abbiamo già vissute.

“Solo ciò che si racconta vive” mi torna in mente un aforisma di Lalla Romano.

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