mercoledì 4 settembre 2013

Recensione: Il peso del Ciao, Francesco Forlani





“Perché il giornalista dice a lei che è troppo trendy per essere un intellettuale”

Ci sono cose che fanno di parte di noi, o del nostro vicino passato. Passato prossimo.
E hanno un peso, o meglio il loro peso è leggero.
Il Ciao è uno di questi.
Piccolo cammeo nell’album dei ricordi di giorni estivi e vento tra i capelli.
Il suo peso leggero, ossimoro di una metafora della vita, così queste pagine di Francesco Forlani.
P-O-E-S-I-A
Di quando la poesia è diventata fenomeno per pochi, gioco di nicchia, ma unico modo per fotografare la vita, per dipingerla di un impressionismo semplice, specchio dell’anima, vecchia busta ingiallita, testamento del cuore, intarsiata di francesismi, come ciliegie sottospirito, da assaporare nelle sere d’inverno.

“E le caviglie fini per il volo ed un distacco quel che mi tiene a terra”

Così, come su un lenzuolo di sanscrito, un sudario senza un Cristo, ci appare la parola, il verso, quella piega della pagina per tenerne il segno, la matita per sottolineare e frasi da appuntarsi sulla lavagna in cucina, tra la lista della spesa e magneti colorati. Souvenir, avanzi di viaggio.

“Che il tempo è esperienza e d’esperienza il tempo”
E così tutto scivola via leggero, senza tempo, come quel ricordo, come il peso del Ciao, questo Robespierre di provincia su trains de vie, una donna che agita un fazzoletto rosso, su e giù per le pagine che sono tratte di treni, dove l’autore coglie frammenti di vita.
Poesie dedicate al passare, alle gambe di donne che ispirano pensiero semplice, muto, come davanti a un quadro.

Poesia sulle gambe del tavolo di Emanuela Cerbè

Francesco tratteggia parole, ogni cosa è fatta per lasciare un segno, così due labbra su una tazzina di caffè sono virgole rosse, quel che avanza di noi. Dopo.
E corre via il treno di poesia, “c’est la vie c’est la vie anche quando la vita non consola”.
Le parole si fanno preghiera, quel rosario da sgranare, fatto di non detti,di stazioni recitate come una via crucis, restare appesa al collo, come un’icona votiva immolata al ricordo, tra le gambe e il cielo.

Stazione Termini: come suggerisce Forlani, ti immagini che qualcosa debba finire, così resti lì, con le valigie che sembrano scialuppe, un uomo che ti vende Malboro di contrabbando, e spingi il Ciao, ormai senza benzina, su per la salita della vita, cercando parole.

“E tutta la vita sono stato alla ricerca di una lingua in grado di dire l’anima.
E intanto quella lingua diceva ed io
solo da quella mi lasciavo dire.”

Leggetelo.

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