giovedì 7 aprile 2011

Departure


La valigia sul letto è quella d'un lungo viaggio,
e tu senza dir niente hai trovato il coraggio,
con l'orgoglio ferito di chi poi si ribella,
ma quando t'arrabbi sei ancora più bella.

E così su due piedi io sarei liquidato,
ma vittima, sai tu, bilancio sbagliato.
Se un uomo tradisce, tradisce a metà,
per cinque minuti e non eri più qua.
Julio Iglesias
A tutti quelli che sono partiti con me…in un modo o nell’altro

Ero in ritardo, lo sapevo giocando un’equazione tra le lancette dell’orologio e i chilometri che mancavano all’aeroporto.

La strada però era libera e mi lasciava il tempo per pensare, la distrazione che gioca la mente quando sei solo e il mondo a cui sei affezionato ti scorre a fianco dal finestrino, come quella campagna a primavera, fatta di macchie di colore e verde tenue, di cielo chiaro e nuvole lontane.

Come i pensieri in voli pindarici tra i “se” e i “ma” della vita che poi non portano da nessuna parte.

Sicuramente avevo dimenticato qualcosa nel fare la valigia, c’era anche l’equazione di presente o forse è più giusto dire di assenza fratto tempo.

L’aeroporto era affollato, come sempre, mi piace questa frenesia fatta di valigie e trolley che seguono diligentemente i proprietari, i loro passi e le strade che partono tutte per il cielo per poi risposare la terra all’atterraggio.

Quando arrivo al banco del check-in vengo accolta da un applauso, i miei amici mi prendono bonariamente in giro, per fortuna il volo è terribilmente in ritardo.

Una valigia gialla uguale alla mia spunta da dietro una colonna, chi può essere se non l’amica dell’Africa?

Guardo fuori dalle ampie vetrate e vedo gli aerei parcheggiati, gli autobus che spostano le persone e il cielo che si fa buio, solo una striscia rossa oltre gli alberi ricorda che là, a occidente, è tramontato il sole.

Andrea mi appoggia una mano sul braccio, “Tutto bene?” “Sì rispondo” e sto bene davvero.

Guardo il gruppo di amici che sistema le valigie, tiene in mano i passaporti, fa le ultime telefonate.

Penso ai casi curiosi che ci hanno fatti incontrare, l’amicizia che la vita ti offre sottoforma di incontri casuali. Come se tutto avesse un suo disegno da seguire.

Siamo qui stasera diretti a una casa a 6000 chilometri da qui, Villa Bahati. L’indirizzo del nostro lento passare. Vivere, sopravviverci.

Abbiamo tutti in salotto la stessa fotografia, in quel giardino, tra le palme e gli alberi di casuarina.

Sorprenderci e capire che questo è il momento giusto per partire.

Passiamo il controllo passaporti.

Dopo l’eccitazione iniziale, ce ne stiamo sonnacchiosi nella sala davanti all’imbarco.

Andrea e Isabella studiano una cartina geografica, ne leggo alcuni nomi e ritorno al mio libro.

Francesca misura a grandi passi il pavimento con il cellulare appeso all’orecchio.

Dario se ne sta davanti alla vetrata che riflette tutti noi come uno specchio. Lorella, lo so, ancora non le va giù che l’abbiamo convinta a non portare la piastra per i capelli.

Sorrido. Mio fratello vorrebbe fumare e gioca con l’accendino. Pam si è appisolata.

Quando chiamano il nostro volo mi fermo al bar a bere l’ultimo caffè decente con Claudia e Roberto.

Quando sono all’estero è il profumo di caffè che mi fa sentire italiana.

Apro la bustina di zucchero, appoggio la tazzina alle labbra.

“Nessun rimpianto?” la voce di Claudia.

“Sì, tanti. Ma la vita continua”

Prendiamo il bagaglio a mano, i quotidiani.

Mi hanno lasciato il posto vicino al finestrino. Appoggio la testa al vetro, ne sento la carezza fredda.

Una carezza.

Sul sedile vuoto lascio cadere la borsa. Prendo l’agenda e comincio a scrivere.

Quando la realtà supera di gran lunga la fantasia strane cose iniziano ad accadere.

Chiudo gli occhi per un po’mentre l’aereo si stacca dalla pista e punta verso il cielo.

Tra qualche ora mi sveglierà l’alba africana sopra Mombasa.

L’eterno cerchio della vita.

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